Anonymous asked:

Un breve commento per Pulp Fiction

credo che pulp fiction sia una vera lezione di sceneggiatura: alcune situazioni diverse tra loro che si incastrano alla perfezione (qui si rispecchia l’abilità del diretto concorrente di tarantino, guy ritchie, entrambi migliori e peggiori rispetto all’altro in alcune caratteristiche), senza annoiare mai (come succede in altri film di quentin…) e tenendo sempre il ritmo stimolante. personaggi fantastici, anzi meglio: diventati cult. questo è il tarantino che mi piace, quello che non si perde (troppo) nelle citazioni di altre pellicole e che scrive qualcosa di nuovo e brillante. tarantino quando non perde tempo ad autocompiacersi è un ottimo sceneggiatore. 

La mia buona azione del giorno

gin-chan-yorozuya:

Il paziente del letto 3 si è portato il laptop in ospedale per giocare a GTA San Andreas, ovviamente mi sono sentito in dovere di spiegargli che oltre sparare alle puttane lui se le può caricare in macchina e farci all’amore e davvero, credo di non aver mai visto tanta gratitudine nei miei confronti da parte di un paziente.
Già me lo immagino, il signor Antonio, di anni 76, quando tornerà a casa e tutto felice dirà a figli e nipoti che in ospedale un dottore** gli ha spiegato come andare a troie in un videogioco. 

**io gli ho provato a spiegare che sono uno studente ma credo che lui mi abbia conferito il titolo di dottore mosso dall’eterna gratitudine nei miei confronti

(via kon-igi)

Porca miseria, questo zompa, fa, caprioleggia, mentre a me viene il fiatone quando rifaccio il letto. Da grande voglio essere Tony Jaa.

Nymphomaniac

Dopo aver completato la visione dei due volumi di Nymphomaniac, quattro ore in totale, una mia cara amica mi ha posto una domanda semplice a cui però non avevo mai pensato. Mi ha chiesto: ne è valsa la pena
Ci penso da giorni, ne è valsa la pena? Cosa mi ha lasciato Nymphomaniac? Vedere un film di un regista autocelebrativo come Lars von Trier non è mai facile, soprattutto quando è egli stesso a divertirsi prima a incitare la folla bigotta (proprio quella con i forconi e le torce) con le anticipazioni sui suoi prossimi progetti (Antichrist era un horror), e poi mentre si gode lo spettacolo osservando le reazioni. ”Il prossimo film di Lars von Trier sarà un porno”, intitolavano i giornali specializzati, godendo della stranezza di quella notizia e attirando la curiosità di molti. D’altronde lo aveva detto lui stesso che avrebbe girato un film in cui “le scene di sesso sarebbero state vere e spinte”. Cosa comunque non vera, quindi è chiaro (e risaputo) che a Von Trier piace provocare.

Trama
Nymphomaniac racconta la storia di Joe, una donna che un uomo di nome Seligman trova svenuta e malmenata per strada. Una volta accolta in casa sua, egli le chiede cosa sia successo e lei gli racconta la storia della sua vita - o meglio, la sua vita sessuale. Joe divide il racconto in capitoli, facendo sì che il film somigli a un album di ricordi, per così dire. Il titolo di ogni capitolo e spesso anche alcuni elementi che lo compongono sono ispirati ad alcuni oggetti che l’uomo possiede nella stanza, un luogo abbastanza spoglio. L’uso di questi simboli in realtà a volte è forzato, poiché nella stanza ci pochi oggetti e tutti sembrano perfetti per essere associati (metaforicamente e non) a un capitolo della vita di Joe. In questa forzatura probabilmente è già chiaro il fatto (di cui parlerò meglio più avanti) che Von Trier sembra avesse in mente un certo numero di argomenti di cui parlare e che abbia faticato molto per inserirli tutti in una sola pellicola, nonostante questa sia lunga quasi sei ore (!) nella sua versione estesa.

Personaggi

Ciò che subito mi è piaciuto è la complessità dei due personaggi che il film lascia intuire sin dall’inizio: sono due persone intelligenti che discutono a testa alta, senza mandare a dire ciò che pensano, e nonostante siano sconosciuti, spesso sono estremamente sinceri l’uno con l’altra. Questa sincerità diretta è una caratteristica presente più volte e in più forme in Nymphomaniac. C’è una personalità lucida del film che è sicuramente riuscita a stimolarmi. 
Joe si presenta come un “essere umano ripugnante” a Seligman, un personaggio fin da subito molto enigmatico che continua a rifiutare questa definizione della donna. Seligman probabilmente è lo spettatore perfetto a cui punta Von Trier, un intellettuale che ascolta e comprende il racconto; non che si rifiuti di giudicare ma giudica nel modo che, secondo il regista, è il modo “giusto”. Seligman è uno di quei personaggi irreali del film, figure fin troppo estreme che il regista utilizza per arrivare al proprio scopo (quale, lo dirò poi). Mentre continuavo a pormi domande su questa figura così misteriosa, Seligman continuava ad analizzare i racconti di Joe, facendo sì che il duello verbale fosse sempre più stimolante e psicologico. A volte si ha l’impressione si stare assistendo a una seduta di psicoanalisi, sensazione sicuramente non casuale. La questione è: chi sta analizzando chi? Lo spettatore è Joe che confessa al regista-Seligman di avere una personalità particolare che la società non accetta, oppure è Von Trier che si confessa a sé stesso e noi spettatori siamo degli intrusi?

Joe ha decisamente in mano le redini della situazione. Seppur non esprima una propria complessità come l’uomo, lo spettatore la percepisce - dai dialoghi che i due si scambiano, ma ovviamente anche dalle immagini dei capitoli che aiutano a dipingerla sempre di più. In questo film Von Trier continua a sfidare lo spettatore e i pensieri della massa e lo fa attraverso concetti abbastanza plateali ma anche attraverso piccoli dettagli, come il linguaggio volgare di Joe. Lei continua a sfidare sia Seligman che lo spettatore attraverso parolacce e racconti piccanti e cerca in continuazione il giudizio (come ho detto, si ritiene una persona ripugnante), anche se questo aspetto va contro ciò che racconta (ma non contro la sua figura che esce alla fine di tutti i racconti), poiché si dipinge come una donna forte e indipendente dal pensiero della società. Sembra che Joe cerchi una redenzione e sfidi l’ascoltatore (che sia Seligman o noi) affinché le venga detto ciò che vorrebbe sentirsi dire, nonostante abbia rifiutato quella definizione per gran parte della sua vita. Il concetto della redenzione si accosta alla parte religiosa del film, ovviamente presente. Si ricerca con forza un aspetto blasfemo a cui aggrapparsi pur di dare scandalo.
Il terzo personaggio più importante è Jerôme, interpretato dal pesciolino fuor d’acqua Shia LaBeouf. L’aspetto fisico dell’attore è perfetto per la parte, peccato che lui sia un vero cane a recitare. La sua performance (recitativa, specifico) è davvero imbarazzante, questo soprattutto a causa della presenza nella scena di altri attori molto più bravi, una su tutti Stacy Martin. Su quest’ultima attrice vorrei spendere qualche parola in più, perché nonostante sia presente e mandi avanti il film per tutta la prima metà e uno spezzone della seconda, essa sembra essere dimenticata nelle discussioni in cui si parla del film. La vera star è Charlotte Gainsbourg perché interpreta la Joe già adulta, lo capisco, ma la Martin è bravissima e mi sembra ingiusto ricordarla solo come “la giovane Gainsbourg”. Ricordiamolo: Stacy Martin c’è ed è bravissima.

Commento

Il film ha due facce. Da una parte, abbiamo due personaggi che discutono in una stanza. Seligman si lascia in digressioni arricchendo il racconto di Joe e per giustificare le sue azioni (che trovano sempre un riscontro logico). Von Trier si affida ad aneddoti storici per tentare di sorprendere lo spettatore e devo ammettere che spesso ci riesce. Le immagini rievocate da Seligman sono stimolanti, così tanto che avrei voluto che avessero più spazio. Ad affiancare i concetti brillanti, però, ce ne sono altrettanti stupidi. Eccoci qui. Facendo uno schema (mentale, ma l’ho scritto anche su carta!) di tutti gli elementi presenti in Nymphomaniac, i concetti e le situazioni, ho capito che ogni cosa nel film punta a uno scopo preciso: quello di provocare. Von Trier per arrivare a questo scopo forza spesso la mano, dipingendo i personaggi sopra le righe ed esagerando nella messa in scena di alcune situazioni. Un esempio perfetto è la prima scena spinta, quella in cui la giovane Joe va da Jerôme per chiedergli di toglierle la verginità (per chi non avesse visto il film succede proprio questo, lei entra e le chiede di prendersi la sua verginità). La scena sembra essere presa in prestito da un film porno di serie C ed è davvero orribile, ma visti gli sviluppi che sia la narrazione che la pellicola hanno messo in scena, mi sono chiesto se non fosse voluta. Sembra una coincidenza troppo divertente scrivere la prima scena spinta di un film che tutti pensano sia un porno come una classica scena porno. Questo però solleva la questione sull’identità della pellicola: cos’è Nymphomaniac, una semplice provocazione che punta allo scandalo? 
La risposta sembra essere sì. In questo film è presente ogni argomento che la società reputa tabù e Von Trier sembra essersi divertito a inserire tutto (troppo?) nella storia. C’era il bisogno di inserire così tanti argomenti, facendo sì che la storia durasse così tanto? Probabilmente no. La storia in realtà non sembra evolversi, si ha invece più l’impressione che ogni capitolo abbia una propria personalità e che i legami tra un capitolo e l’altro siano forzati o assenti. Von Trier distorce la realtà per creare un film esagerato senza identità che si prende gioco di sé stesso e dello spettatore (andato a vedere “il porno di Von Trier”). Quest’anima scherzosa è presente indirettamente e farebbe quasi pensare che in realtà Nymphomaniac sia solamente uno enorme scherzo, peccato però che gli elementi a confermare questa folle teoria siano pochissimi e non abbastanza solidi. Nonostante ciò, secondo me è abbastanza evidente che il film abbia anche un’anima ironica. 

Il problema principale che ho avuto con questo film però è un altro. Mi ha infastidito molto la presunzione con la quale si tenta di manipolare il pensiero dello spettatore. Durante tutto il film Joe fa delle azioni che spesso lei stessa giudica come ripugnanti; effettivamente, a un occhio moralmente equilibrato lo sono, ma il film giudica lo spettatore che osa pensarlo. Uno strano meccanismo rompe i giudizi dello spettatore per annullarli e rieducarli secondo i pensieri estremisti del regista. Faccio un esempio: in uno dei capitoli, Joe fa a gara con un’amica su chi riesce a fare sesso con più uomini possibili presenti su un treno prima che il mezzo arrivi a destinazione. È chiaro e giustissimo che lo spettatore si faccia una propria opinione sulla situazione, d’altronde le emozioni che egli prova in una pellicola sono alla base del cinema stesso, tuttavia il film non solo non lo accetta, ma dipinge in malissimo modo chi giudica. Non bisogna sentirsi in colpa per il proprio metro morale di giudizio (il giudizio è differente dal pregiudizio, attenzione) e non capisco perché ci sia così tanta rabbia quando si parla del giudizio della massa: le persone pensano, si fanno delle idee. Non bisogna assolutamente accettare la promiscuità della protagonista soltanto perché rappresenta l’urlo femminile di un’indipendenza sessuale che la società fatica ad accettare, anche perché il film lungi dall’essere un racconto sull’espressione della sessualità di una donna. Non bisogna negare che una donna possa assumere atteggiamenti ripugnanti per rispetto di tutte le donne e soltanto perché non esiste un termine negativo per indicare un uomo che va con più donne. È un problema linguistico, non deve assolutamente cambiare il nostro metodo di giudizio morale. Ho perfettamente capito che Joe vuole esprimere il proprio carattere e che bisogna accettare ognuno per com’è, ma Von Trier estremizza questo concetto per prendersene gioco. Ci devono essere e ci sono giustamente dei limiti a questo concetto e non basta qualche idea furba inserita in un film per annullare il giudizio morale individuale.

(Il discorso sarebbe molto diverso se la protagonista avesse delle voglie da soddisfare ma non riuscirebbe ad accettare il giudizio altrui.)

Stiamo parlando di un film in cui viene detto: “Se hai le ali, perché non volare?”, per giustificare il fatto che Joe andasse a letto con migliaia di uomini. Se l’indipendenza sessuale femminile si vuole far valere attraverso una frase che in pratica dice “Se hai le gambe, perché non aprirle?”, allora bisogna dirlo, urlarlo, che anche se la premessa è un argomento molto importante, questo film la esprime attraverso dei metodi abbastanza stupidi. Questo è semplicemente un film con una ragazza insensibile e ninfomane che ha seri problemi nel relazionarsi con gli altri e si muove come se la vita e i rapporti fossero un gioco strategico (gli uomini sono solo pesci da pescare). Purtroppo la premessa iniziale del film era interessante, ma se in alcuni frangenti risulta intelligente, nel complesso si esprime con stupidità. Ogni cosa finisce col provocare, mentre l’identità femminile, che tanto voleva essere una ribellione contro i canoni imposti dalla società e i suoi pregiudizi, scade e diventa soltanto un mezzo furbo per giustificare lo scandalo (il porno di Von Trier).

Tecnica
Messo da parte l’enorme problema dei concetti espressi e dalle loro provocazioni, di Nymphomaniac restano altri difetti e qualche pregio. Alcune idee registiche sono davvero brillanti, mi è piaciuto il fatto che il film provi sempre a reinventarsi, sfruttando soprattutto la differenza narrativa dei vari capitoli, che non solo cambiano per argomento e toni, ma spesso modificano lo stile del film. Il capitolo del padre di Joe, per esempio, è in bianco e nero, mentre molte scene hanno un aspect-ratio diverso dal resto del film. Non ho sempre apprezzato tutti gli stili registici proposti (verso la fine Von Trier preferisce molto la telecamera a mano, tecnica fin troppo abusata), ma l’intento è ottimo e nel complesso sfruttato bene. In fondo, il cinema di Lars Von Trier è sempre molto personale e qui, a prescindere dai gusti personali, è evidente il suo percorso autoriale.
Un altro elemento piacevole sono alcune trovate narrative, come per esempio quella in cui Joe cerca Jerome attraverso il puzzle di vari elementi degli uomini che vede in giro. Questa scena mi ha colpito molto, come mi è piaciuto tantissimo il capitolo in cui Joe, spinta dalla tecnica della polifonia spiegata da Seligman, racconta di tre dei suoi amanti e di come si completassero a vicenda. A questi pochi elementi (se visti nell’insieme delle quattro ore) ce ne sono (ancora) altri che non mi sono piaciuti, come le location sempre spoglie e ridotte all’osso. Questa impronta teatrale è presente anche in molte scene, spesso esagerate, altre volte davvero brutte. La scena di Uma Thurman è bizzarra e surreale, mentre quella dell’uomo legato è davvero ridicola - ma anche lì lo scopo finale è quello di provocare.

Considerazione finale

Nymphomaniac è un’opera complessa che manca il bersaglio. È un film troppo lungo (anche se mai noioso) che esprime un’identità provocatoria con un’irritante presunzione. La seconda parte è meno bella della prima, probabilmente perché calca troppo la mano. Secondo me è troppo riduttivo dire che questo film mi è piaciuto oppure non mi è piaciuto, l’ho capito soltanto ora, giorni dopo che l’ho visto. Questo perché se da una parte ci sono numerose idee e scene ridicole e stupide, c’è anche qualcosa che funziona, un carattere che ogni tanto riesce a esprimersi. Il problema è quando, avendo ogni elemento nelle mani, si tenta di fare un bilancio.
Ne è valsa la pena? Bella domanda. 
Voto: 5
Ho scritto questo articolo per il mio blog Il grande re dei boschi (lo trovate qui) dove mi diverto a pubblicare le mie opinioni su alcuni film che guardo. Da poco ho aperto anche una pagina Facebook (la trovate qui) in cui pubblico news, curiosità e opinioni sul mondo del cinema. 

Joe R. Lansdale al cinema. Finalmente

Mentre di altri scrittori vengono girati film anche sulla lista della spesa che scrivono di sfuggita, la situazione è diversa per Joe R. Lansdale, e sinceramente mi sfugge il motivo. Scrittore particolarmente prolifico, in America è molto popolare grazie al suo stile “pulp”. Io l’ho scoperto grazie al romanzo In fondo alla palude (“Perché quando non puoi vivere la vita, ti limiti a bruciarla, succhi l’aria e fai la cacca”), ma poi di lui ho letto una marea di romanzi e racconti, insieme alla bellissima saga di Hap & Leonard.

Fino a qualche tempo fa, avevano tratto dai suoi scritti solo qualche cortometraggio o episodio televisivo, ma nel 2002 arriva la svolta con Bubba Ho-Tep, un film (low-budget) tratto da un suo racconto che vanta tra i protagonisti il mitico Bruce Campbell. Vi consiglio di recuperarlo! È un piccolo (e assurdo) gioiello a metà tra un film horror e una commedia.

Probabilmente lo stile di Lansdale si presta poco per il cinema, perché le sue storie sono spesso folli ed esagerate, che variano dal noir, al western. In teoria sarebbero più adatte per un film indipendente e di nicchia che per grandi pellicole con un budget stratosferico.

Quest’anno finalmente si sono svegliati e hanno girato un film sul suo romanzo Freddo a luglio (1989). Cold in july ha come protagonisti (tra gli altri) Michael C. Hall (Dexter) e Don Johnson (Miami vice, Nash Bridges). La stampa estera ne parla benissimo e finalmente si è accorta che le storie di Lansdale sono proprio belle. La narrazione è solida e serrata, l’atmosfera funziona, e in un periodo in cui non escono molti thriller e quei pochi sono più d’azione e hanno come protagonista Liam Neeson (cit.), lo accettiamo molto volentieri.

Domanda: lo vedremo mai in Italia? Non si sa ancora, il film è uscito in America a giugno. Potrei scherzare sul titolo e dire quando penso che lo vedremo, ma non lo farò perché è troppo scontato.

Intanto stamattina scopro che anche The thicket, in italiano La foresta, diventerà un film. Improvvisamente il cinema ha scoperto Lansdale - saranno felici quelli stufi di guadagnare i milioni girando film su film sempre sui soliti libri.