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un cazzo di niente

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Manchester by the Sea 2016 ★★★½

Watched Jan 15, 2019

robertodragone’s review published on Letterboxd :

Il merito principale di Manchester by the sea è quello di riuscire a fondare la propria narrazione su un punto di vista diverso di un soggetto abbondantemente abusato nel cinema (il ritorno al nido). Lonergan gestisce la storia con maestria, mescolando il passato con il presente, in modo che la storia acquisti profondità man mano che i dettagli assumono significato.

Grazie a questa combinazione nei tempi narrati, il film di Lonergan risulta articolato, ma soprattutto il carattere del protagonista appare esauriente perché ogni tassello della sua personalità viene decifrato.

Personalmente, ammetto di non aver sempre gradito la direzione di Lonergan che, per quanto determinato, non sempre riesce a gestire l'intensità della sua storia. Tuttavia, come ho detto sopra, ho apprezzato molto il fatto che Manchester by the sea non scada mai nel sentimentalismo più patetico, nonostante la trama.

Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza 2014 ★★★

Watched Jan 15, 2019

robertodragone’s review published on Letterboxd :

Ecco il film conclusivo della “Living Trilogy”. Andersson perfeziona nuovamente il suo tipico stile, tramite una fotografia ancora più raffinata e prendendo la scelta di utilizzare la computer grafica (che probabilmente sarebbe stata utile anche nei due film precedenti). L'esito però mi ha lasciato incerto: sembra che questo terzo film non abbia né l'eccesso del primo né la coerenza del secondo.

Un piccione seduto su un ramo riflette sull'esistenza offre una serie di scenette paranoiche, a tratti visionarie, che mettono ulteriormente in risalto lo stordimento dell'essere umano di fronte all'esistenza. Nella seconda parte, però, il centro del film sembra disperdersi a favore di un carattere meno determinato - per quanto sia adeguato usare questo termine per un film così sconnesso.

Della Living Trilogy ho preferito il secondo film.

You, the Living 2007 ★★★½

Watched Jan 14, 2019

robertodragone’s review published on Letterboxd :

Qui Andersson, nel secondo film della sua “Living Trilogy” sull'esistenza, sembra aver migliorato nell'approccio con il suo stile. You, the living appare più coerente, e non mi riferisco soltanto alle connessioni più evidenti tra una scenetta e l'altra, ma mi riferisco in particolare all'atmosfera, sorretta dalle gradazioni dei colori tenui della fotografia e persino degli ambienti, qui più artificiosi e organizzati, fino ad arrivare addirittura al trucco degli attori, che spesso li rende pallidi.

L'impronta artistica è quindi più decisa, ciò rende You, the living più armonico rispetto al predecessore (ricordo che i film che appartengono alla trilogia non sono direttamente collegati tra di loro). Andersson si sente anche più sicuro del suo progetto, così il racconto rimane coerente al suo solito stile, ovvero è costituito da decine di piani-sequenza, ma la cinepresa è più libera: abbiamo più carrellate e persino dei cambi di inquadratura. Tuttavia resta interessante l'idea dell'immobilità del cinema di fronte alla sofferenza umana; qualora la scena richieda la mobilità dell'inquadratura, non si muove la cinepresa ma tutto il resto.

I personaggi di You, the living sono addolorati, inascoltati, idioti. Rappresentano le volontà e i sogni più reconditi dell'essere umano. Sono maschere grottesche e oniriche, abbandonate, trascurate. Andersson, nonostante il taglio irrazionale del film, abbatte le simulazioni sociali e palesa i caratteri più nascosti delle persone. Il ritratto che si ricava è quello di una società isolata e infelice, incapace di comunicare e quindi di riavvicinarsi agli altri.

The Party 2017 ★★★★

Watched Jan 13, 2019

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La breve durata della commedia di Potter permette alla storia di partire decisa e di arrivare subito al nocciolo. Il cast corale, incredibilmente ricco di attori eccezionali, mette in scena uno autentico spettacolo cinematografico: cinico, acuto, teatrale nella messa in scena (tutto si svolge in una stanza) e nei modi, così plateali e drammatici.

Songs from the Second Floor 2000 ★★★

Watched Jan 13, 2019

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Andersson esce da ogni etichetta e costruisce un film surrealista, grottesco, composto da scene girate come piani-sequenza, con la cinepresa piantata sul posto, che forse soltanto un paio di volte in tutto il film accenna un leggero movimento (una semplice carrellata). Man mano che il film avanza, la messa in scena diventa più bizzarra e irrazionale, per quanto ogni oggetto, personaggio o azione, ha per Andersson un significato preciso, anche nel caso in cui si parli attraverso allegorie.

Songs from the second floor riesce a essere sia un film rappresentativo sia un film letterale. Andersson, qui realizzatore del primo film della “Living Trilogy”, solleva una serie di domande esistenziali sul peso dell'esistenza e l'incomunicabilità della propria sofferenza. Le esistenze del film vagano sofferenti senza avere mai la possibilità di essere né ascoltate, né tanto meno capite.

È sicuramente un film emblematico e complesso, ma riesce sempre a creare un effetto sullo spettatore, soprattutto quando, nella seconda parte, l'aspetto allegorico prende il sopravvento.

Billy Lynn - Un giorno da eroe 2016 ★★★★½

Watched Jan 12, 2019

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Billy Lynn è sicuramente un esempio calzante sul potere del cinema come unico luogo per beneficiare appieno dell'espressione prettamente tecnica di un'opera: girato in 4K nativi, in 3D e a 120 fotogrammi al secondo, tecnicamente è un film sofisticato. Peccato che ad averlo proiettato nella sua piena capacità tecnica siano stati soltanto una manciata di cinema. Quindi, cosa resta del film di Ang Lee, se si esclude, come accade per forza di cose in una visione casalinga, la sua maestosità tecnica?

Il film è un'opera incentrata su un aspetto della guerra approfondito poche volte al cinema, ovvero le ripercussioni sui soldati che ritornano in patria. Billy Lynn è una carrellata sulle contraddizioni della società americana e dei pregiudizi che ha nei confronti della guerra, oltre a una critica contro la strumentalizzazione e contro il significato falsato della parola “eroe” (struggente il dialogo finale con la ragazza). Il contrasto tra realtà e rievocazioni è interessante, in quanto trasmette l'idea di una convalescenza infinita e insostenibile.

Ang Lee accentua la retorica ma senza finirne coinvolgo, il suo film ha anzi un'esposizione sintetica, seppur con dialoghi a volte fin troppo formali. Anche se l'ho visto a casa, Billy Lynn mi ha coinvolto per la sua razionalità e limpidezza nell'esporre i pensieri più scomodi e spiacevoli dei soldati; mi hanno sorpreso le argomentazioni, esposte sia razionalmente che sensazionalmente, attraverso flashback che, mescolati al resto, costruiscono perfettamente una componente emotiva solida e angosciante.

Columbus 2017 ★★★★★

Watched Jan 12, 2019

robertodragone’s review published on Letterboxd :

Laddove il racconto cinematografico spesso ambisca a sparire dietro il film per non essere d'impiccio (e per farlo ci vuole comunque un professionista), Kogonada è di un'altra filosofia: il tono con cui decide di raccontare Columbus sovrasta tutti gli elementi, senza però diventare mai arrogante. Non parlo soltanto della gestione delle inquadrature e soprattuto dei luoghi, che in Columbus diventano un'estensione dei caratteri dei personaggi, dei loro pensieri e delle loro preoccupazioni, no, non solo, mi riferisco piuttosto della direzione dei personaggi, i quali vengono costruiti e poi gestiti in modo da apparire sempre verosimili.

I personaggi sono tridimensionali, caratterizzati da silenzi e azioni che, per quanto facciano l'occhiolino ai cliché del genere indie, non appaiono mai ridondanti o pesanti per la visione, questo perché Kogonada fa in modo che Columbus appaia come un racconto in cui la concatenazione di ciò che lo spettatore vede, sente o percepisce, abbia sempre un orientamento ben preciso.

Questo è sì il compito di ogni regista, ma spesso i film sono diretti in modo da favorire la storia, le scene culmine, mentre in questo caso il racconto fa parte dell'esperienza della visione, in un modo molto simile di come accade nella letteratura.

Difficilmente dimenticherò alcune scene a la loro direzione - il modo in cui Kogonada decide di (non) mostrarcele o (non) farcele ascoltare. La sua idea di cinema è determinata, in un modo che uno spettatore vigile vorrebbe trovare molto più spesso nei film che guarda. La forza di Kogonada è non limitare il suo ruolo da regista a pochi (ma determinanti) elementi, ma di fare proprio ogni singolo fotogramma.

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