A ridosso del grande raccordo anulare (il GRA del titolo) vivono persone comuni, i cui impieghi, pensieri e impegni vengono filmati da Gianfranco Rosi attraverso uno sguardo distaccato e silenzioso. È difficile parlare di Sacro GRA: la forma di documentario che sceglie Rosi mi ha affascinato. Seppure, come viene detto nell’articolo su Gli Spietati (e io sono d’accordo), non esista una formula giusta per fare un documentario, Rosi ignora alcune “regole” del genere e sceglie una strada diversa, girando un film-documentario utilizzando come attori “personaggi” involontari, che recitano come facciamo tutti nell’improvvisazione della vita. Questa ricerca del cinema in un contesto così reale è molto affascinante, perché l’arte cinematografica è una ricostruzione artistica che intrattiene di più, per forza di cose, della realtà. Qui invece, se da una parte, come illustro dopo, c’è una ricerca mirata per trovare i soggetti giusti da mostrare, dall’altra c’è un rifiuto di utilizzare la storia giusta, la situazione perfetta, il dialogo illuminante. La realtà non viene truccata per risultare interessante, ma anzi viene spogliata di ogni capo cinematografico per restare nuda e imperfetta. Potrei persino pensare che la noia che caratterizza Sacro GRA sia “sacra” in quanto reale come la vita quotidiana, tuttavia non lo farò. Rosi fa da spettatore e noi guardiamo lui nell’intento, ma è come guardare qualcuno ridere senza aver capito la barzelletta.
Guardando questo documentario mi ponevo molte domande. Il GRA del titolo si riferisce alla vicinanza geografica dei “protagonisti” alla strada che cerchia Roma con un anello; la loro presenza è periferica al centro (di Roma), la loro esistenza quasi marginale nella società. Insomma, siamo noi: Rosi osserva noi. Ma una volta compreso (e apprezzato, perché no) il concetto, si finisce davanti a un muro in quanto il film fallisce nel suo intento. È sicuramente ammirevole il lavoro fatto da Rosi, da una parte: elevare la vita comune (e noiosa) allo stato dell’arte, senza però costruire una storia inventata. Dall’altro però c’è il prodotto finale: non intrattiene o peggio non incuriosisce, ma anzi annoia e stanca presto. Si comprende subito il taglio che avrà l’intera visione dopo pochi minuti e quelle sorprese che lo spettatore attende con impazienza non arrivano mai. È curioso pensare che Sacro GRA sia il risultato della selezione tra decine di ore di materiale registrato nell’arco di due anni. Quindi una volta accettata la premessa ammirevole di Rosi, viene accantonata presto per colpa del risultato: è difficile elogiare pubblicamente la vita ordinaria, diventa un’inutile ridondanza; Rosi, che mette in scena la vita aspettandosi di mostrare il suo fascino, probabilmente insegue con furbizia un pensiero populista. Bisogna anche tener conto della scelta dei personaggi mostrati: è gente comune ma caratterizzata da vite e impieghi che quasi li distaccano dall’ordinario. C’è, quindi, una ricerca per trovare i personaggi giusti da mostrare e ciò, a parer mio, annulla il pensiero secondo cui Rosi volesse soltanto mostrare quanto di più ordinario e periferico ci sia a ridosso del raccordo.
A conti fatti, Sacro GRA è il risultato di una ricerca fallita, almeno in parte. Rosi mette in scena il nulla aspettandosi che i sudditi intelligenti vi trovino i vestiti nuovi dell’imperatore, ma ciò che viene mostrato sono situazioni slegate e fini a sé stesse che fanno sì parte di un disegno più grande a cui facciamo parte tutti noi, ma essendo state scelte e mostrate con presunzione in piazza, riescono soltanto a sfoggiare la loro futilità.
Robertodragone.com - Pagina Facebook: Il grande re dei boschi

A ridosso del grande raccordo anulare (il GRA del titolo) vivono persone comuni, i cui impieghi, pensieri e impegni vengono filmati da Gianfranco Rosi attraverso uno sguardo distaccato e silenzioso. È difficile parlare di Sacro GRA: la forma di documentario che sceglie Rosi mi ha affascinato. Seppure, come viene detto nell’articolo su Gli Spietati (e io sono d’accordo), non esista una formula giusta per fare un documentario, Rosi ignora alcune “regole” del genere e sceglie una strada diversa, girando un film-documentario utilizzando come attori “personaggi” involontari, che recitano come facciamo tutti nell’improvvisazione della vita. Questa ricerca del cinema in un contesto così reale è molto affascinante, perché l’arte cinematografica è una ricostruzione artistica che intrattiene di più, per forza di cose, della realtà. Qui invece, se da una parte, come illustro dopo, c’è una ricerca mirata per trovare i soggetti giusti da mostrare, dall’altra c’è un rifiuto di utilizzare la storia giusta, la situazione perfetta, il dialogo illuminante. La realtà non viene truccata per risultare interessante, ma anzi viene spogliata di ogni capo cinematografico per restare nuda e imperfetta. Potrei persino pensare che la noia che caratterizza Sacro GRA sia “sacra” in quanto reale come la vita quotidiana, tuttavia non lo farò. Rosi fa da spettatore e noi guardiamo lui nell’intento, ma è come guardare qualcuno ridere senza aver capito la barzelletta.

Guardando questo documentario mi ponevo molte domande. Il GRA del titolo si riferisce alla vicinanza geografica dei “protagonisti” alla strada che cerchia Roma con un anello; la loro presenza è periferica al centro (di Roma), la loro esistenza quasi marginale nella società. Insomma, siamo noi: Rosi osserva noi. Ma una volta compreso (e apprezzato, perché no) il concetto, si finisce davanti a un muro in quanto il film fallisce nel suo intento. È sicuramente ammirevole il lavoro fatto da Rosi, da una parte: elevare la vita comune (e noiosa) allo stato dell’arte, senza però costruire una storia inventata. Dall’altro però c’è il prodotto finale: non intrattiene o peggio non incuriosisce, ma anzi annoia e stanca presto. Si comprende subito il taglio che avrà l’intera visione dopo pochi minuti e quelle sorprese che lo spettatore attende con impazienza non arrivano mai. È curioso pensare che Sacro GRA sia il risultato della selezione tra decine di ore di materiale registrato nell’arco di due anni. Quindi una volta accettata la premessa ammirevole di Rosi, viene accantonata presto per colpa del risultato: è difficile elogiare pubblicamente la vita ordinaria, diventa un’inutile ridondanza; Rosi, che mette in scena la vita aspettandosi di mostrare il suo fascino, probabilmente insegue con furbizia un pensiero populista. Bisogna anche tener conto della scelta dei personaggi mostrati: è gente comune ma caratterizzata da vite e impieghi che quasi li distaccano dall’ordinario. C’è, quindi, una ricerca per trovare i personaggi giusti da mostrare e ciò, a parer mio, annulla il pensiero secondo cui Rosi volesse soltanto mostrare quanto di più ordinario e periferico ci sia a ridosso del raccordo.

A conti fatti, Sacro GRA è il risultato di una ricerca fallita, almeno in parte. Rosi mette in scena il nulla aspettandosi che i sudditi intelligenti vi trovino i vestiti nuovi dell’imperatore, ma ciò che viene mostrato sono situazioni slegate e fini a sé stesse che fanno sì parte di un disegno più grande a cui facciamo parte tutti noi, ma essendo state scelte e mostrate con presunzione in piazza, riescono soltanto a sfoggiare la loro futilità.

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Dopo aver concesso una seconda possibilità a The Tree of Life, ero curioso di vedere un altro film di Terrence Malick che ho registrato qualche settimana fa. Nonostante una mia amica mi dicesse di non vederlo, ormai lo avevo registrato e colto dall’entusiasmo dell’altro film, ieri sera ho visto To the wonder.
Lo dico subito, per me il film è davvero orribile. Sembra che Malick non fosse molto ispirato, ma soprattutto si intuisce addirittura della confusione in ciò che voleva raccontare e trasmettere. A conti fatti, To the wonder è noioso e confusionario, un filmino casalingo di due ore su una coppia di mentecatti che si rincorre in strada e tra le campagne. La poesia del regista è assente, così come la bellezza visiva che caratterizza le sue opere - nonostante ci sia una ricerca di questa bellezza, senza però trovarla. L’impressione che molte scene siano improvvisate è ingombrante tanto da creare disagio. L’imbarazzante viso mono-espressivo di Ben Affleck dona al personaggio (introverso di suo) una vena caricaturale, caratteristica che poi si rovescia sulla storia e sulla pellicola, facendo sembrare l’entusiasmo infantile di Olga Kurylenko fuori posto e oltremodo esagerato per sembrare realistico (l’amore è correre in un parco e fare la demente come in una commedia romantica americana?). Non ho visto sentimento in quelle immagini, non ho visto la poesia e la spiritualità che sembravano cercare con ossessione. Ho avuto l’impressione che Malick si sia affidato, questa volta, a un racconto così slegato perché incapace di affrontare una narrazione più lineare.

Dopo aver concesso una seconda possibilità a The Tree of Life, ero curioso di vedere un altro film di Terrence Malick che ho registrato qualche settimana fa. Nonostante una mia amica mi dicesse di non vederlo, ormai lo avevo registrato e colto dall’entusiasmo dell’altro film, ieri sera ho visto To the wonder.

Lo dico subito, per me il film è davvero orribile. Sembra che Malick non fosse molto ispirato, ma soprattutto si intuisce addirittura della confusione in ciò che voleva raccontare e trasmettere. A conti fatti, To the wonder è noioso e confusionario, un filmino casalingo di due ore su una coppia di mentecatti che si rincorre in strada e tra le campagne. La poesia del regista è assente, così come la bellezza visiva che caratterizza le sue opere - nonostante ci sia una ricerca di questa bellezza, senza però trovarla. L’impressione che molte scene siano improvvisate è ingombrante tanto da creare disagio. L’imbarazzante viso mono-espressivo di Ben Affleck dona al personaggio (introverso di suo) una vena caricaturale, caratteristica che poi si rovescia sulla storia e sulla pellicola, facendo sembrare l’entusiasmo infantile di Olga Kurylenko fuori posto e oltremodo esagerato per sembrare realistico (l’amore è correre in un parco e fare la demente come in una commedia romantica americana?). Non ho visto sentimento in quelle immagini, non ho visto la poesia e la spiritualità che sembravano cercare con ossessione. Ho avuto l’impressione che Malick si sia affidato, questa volta, a un racconto così slegato perché incapace di affrontare una narrazione più lineare.

Ho notato (come non notarlo?) lo strano inserimento di alcune marche di birre nel film Velluto blu. Un conto è citare la marca di un prodotto per aderenza alla realtà e un altro è nominarla forzatamente, un po’ fuori contesto. Sono d’accordo con il primo contesto - sarebbe strano entrare in un bar e chiedere una bevanda gassata al posto di una Coca-Cola. Il discorso è diverso se i nomi delle marche vengono nominati quando potrebbero essere sostituiti o addirittura rimossi.
Curioso del fatto, ho fatto qualche ricerca. Le birre vengono citate in almeno tre scene differenti e in una, addirittura, il film dedica un bel primo piano dell’etichetta. Ora, poiché parliamo di David Lynch, autore feticcio di molti appassionati, le opinioni in merito alla questione sono (giustamente) tra le più diverse. C’è chi nega assolutamente che Lynch possa fare pubblicità in una propria opera e chi addirittura afferma che le marche delle birre rappresentano la differenza tra le moralità dei personaggi (una soluzione un po’ forzata, a parer mio).
Ovviamente non sono riuscito a trovare una fonte definitiva che spieghi la presenza di quelle birre. La loro presenza è forzata, quindi non volevano semplicemente essere fedeli alla realtà. Probabilmente Lynch aveva bisogno di soldi per fare il film, o forse lui non c’entra niente e fu la produzione a insistere (non si sono mossi senza che Lynch lo sapesse in quanto gli attori dicono le marche e queste ultime non sono semplicemente mostrate di sfuggita). Però, secondo me, la pubblicità c’è eccome.
Gli sponsor nei film commerciali sono una realtà. Aziende multinazionali pagano anche milioni perché un proprio prodotto compaia in un film. E poiché alcune multinazionali pagano molto bene e alcuni film sono più che disposti a vendersi, addirittura può capitare che venga modificata la sceneggiatura perché si adatti alla pubblicità imposta dagli sponsor. Se siete interessati all’argomento e vorreste approfondirlo, vi consiglio un simpatico documentario di Morgan Spurlock, The POM Wonderful Presents: The Greatest Movie Ever Sold, in italiano tradotto “Come ti vendo un film”.

Ho notato (come non notarlo?) lo strano inserimento di alcune marche di birre nel film Velluto blu. Un conto è citare la marca di un prodotto per aderenza alla realtà e un altro è nominarla forzatamente, un po’ fuori contesto. Sono d’accordo con il primo contesto - sarebbe strano entrare in un bar e chiedere una bevanda gassata al posto di una Coca-Cola. Il discorso è diverso se i nomi delle marche vengono nominati quando potrebbero essere sostituiti o addirittura rimossi.

Curioso del fatto, ho fatto qualche ricerca. Le birre vengono citate in almeno tre scene differenti e in una, addirittura, il film dedica un bel primo piano dell’etichetta. Ora, poiché parliamo di David Lynch, autore feticcio di molti appassionati, le opinioni in merito alla questione sono (giustamente) tra le più diverse. C’è chi nega assolutamente che Lynch possa fare pubblicità in una propria opera e chi addirittura afferma che le marche delle birre rappresentano la differenza tra le moralità dei personaggi (una soluzione un po’ forzata, a parer mio).

Ovviamente non sono riuscito a trovare una fonte definitiva che spieghi la presenza di quelle birre. La loro presenza è forzata, quindi non volevano semplicemente essere fedeli alla realtà. Probabilmente Lynch aveva bisogno di soldi per fare il film, o forse lui non c’entra niente e fu la produzione a insistere (non si sono mossi senza che Lynch lo sapesse in quanto gli attori dicono le marche e queste ultime non sono semplicemente mostrate di sfuggita). Però, secondo me, la pubblicità c’è eccome.

Gli sponsor nei film commerciali sono una realtà. Aziende multinazionali pagano anche milioni perché un proprio prodotto compaia in un film. E poiché alcune multinazionali pagano molto bene e alcuni film sono più che disposti a vendersi, addirittura può capitare che venga modificata la sceneggiatura perché si adatti alla pubblicità imposta dagli sponsor. Se siete interessati all’argomento e vorreste approfondirlo, vi consiglio un simpatico documentario di Morgan Spurlock, The POM Wonderful Presents: The Greatest Movie Ever Sold, in italiano tradotto “Come ti vendo un film”.