(Questo post è stato scritto la notte di lunedì 14 gennaio. Mi rendo conto che è lungo, ma tant’è, spero comunque che venga letto da qualcuno. Anche un solo lettore basterebbe, anche se, è così lungo perché avevo bisogno di scriverlo, quindi anche se non venisse letto sarei felice comunque perché la sua stesura rappresenta tanto per me. Mi vengono in mente dei miei amici di tumblr che mi hanno confessato di aver smesso di leggermi perché scrivo troppo e sorrido. Forse scrivo tanto per non dire nulla o forse le cose che ho da dire non so dirle con meno parole. Buona lettura)
Colonna sonora
“Sì.” So da tempo che qualcosa non va. I numerosi psicologi da cui sono andato mi hanno diagnosticato tanti e tanti stati mentali, ma la verità è che, negli ultimi dieci anni, sono stato bene grazie a situazioni che nessuno ha incluso tra i tanti consigli che ogni tanto la gente mi suggerisce, quasi sempre con un’aria di superiorità alla “so soltanto io ciò che ti serve”. Tutte le situazioni che mi hanno fatto stare bene sono partite da un “Sì”, ma si sapeva, almeno, io lo sapevo. Perché se la mia vita non mi piace è chiaro che ci sia qualcosa che non va, ed evitare certe situazioni nuove con l’isolamento non farebbe altro che alimentare quella tristezza che sembra essere il combustibile della mia quotidianità. L’ho sempre pensato, è una questione di prospettiva, e dire qualche “Sì” al posto dei soliti no, forse potrebbe mettermi - pensavo - in situazioni differenti, quindi diverse prospettive, che magari mi avrebbero aiutato a stare un po’ meglio.
E allora “Sì” alla cugina che mi chiede se sono disponibile per una “serata poker.” “Tu ci giochi?”, mi chiede. “So giocarci ma non mi piace giocarci.” “Tranquillo, ci giocheranno in cinque e noi tutti altri passeremo il tempo chiacchierando e scherzando, ma soprattutto bevendo.” Bene, bene.
Colonna sonora 2 - La motivazione
Durante tutta la preparazione - doccia, sfoltita dei peli del naso, scelta dei capi da indossare - c’era una vocina non schizofrenica nella mia testa che continuava a ripetermi: “Esci? Perché esci? Resta a casa, ci guarderemo un film. Oppure leggi, oppure ti fai una sega. Lo sai che non ti divertirai, resta a casa.” Ho preso il telefono due volte per chiamare mia cugina e disdire, e sono sicuro che dall’altra parte c’era mia cugina con il suo telefono in mano che diceva alle amiche: “Ora chiama per dire che non viene.” Ma non ho disdetto. Ho indossato il più bel paio di jeans che ho, quello che mi sta meglio e che quindi aumenta di due punti la mia autostima quando indossato; sopra, un maglione, un bellissimo maglione. Sudavo già appena uscito dalla doccia e ancora prima di indossare la maglietta sotto al maglione (dei Joy Division, rigorosamente nera). L’ultima visita davanti allo specchio mi aveva ricordato che avevo la barba lunga. “Vediamo: ci sarà sicuramente chi mi chiederà il motivo per il quale mi faccio crescere la barba e l’idiota che farà la battuta sui miei stivali.”
Colonna sonora 3 - La seconda motivazione
Ultimamente in me si è spezzato qualcosa che prima accondiscendeva a tutte le stronzate che la gente era solita dirmi. Prima ero tanti Io che uscivano fuori in base a chi avevo di fronte; ora, gli Io sono diminuiti in gran numero. Ho capito - non so quando, non so come - che essere qualcuno che è soltanto ciò che gli altri si aspettano da lui, sconosciuto o conoscente che sia, è una cosa che non fa per me - anzi, non è una cosa che voglio più fare, non in questo periodo. Pensavo che mostrarmi gentile potesse facilitarmi la vita, che mostrando la maschera di una persona “comune”, che ride alle battute idiote e che parla soltanto per luoghi comuni, potesse liberarmi da domande scomode che gli altri sono soliti fare quando vedono il mio sguardo e ascoltano il mio silenzio. E invece, essere scambiato per ciò che non sono mi rende ancora più triste, quindi ho smesso.
Basare la propria esistenza su ciò che avrebbero potuto pensare un gruppo di sconosciuti una volta avutomi di fronte è pazzia. Che pensino quel che vogliono. Stasera - pensavo - fanculo tutti. “Sì.” In realtà, continuavo a guardare quegli stivali e pensavo che mi avevano aiutato a conoscerla, anzi, erano stati la prima cosa che aveva notato di me. “Guardandoti da lontano li notai subito”, mi disse tanto tempo dopo, “E capii subito che eri un tipo strano, uno che valeva la pena conoscere.” Quindi il primo che li commenta gli spacco la faccia e via.
Colonna sonora 4 - La motivazione in auto con ballo tarantiniano annesso
In auto non ho lo stereo, ma basta avviare una canzone sul cellulare e poi poggiarlo sul sedile del passeggero per rimediare. La mattina anche io, come George del film A single man, ci metto tanto tempo per diventare Io. Ad aiutarmi in questo difficilissimo compito ci sono le canzoni. Quali ascolto determineranno il mio stato d’animo per gran parte della giornata, ma il problema è che ascolto le canzoni in base allo stato d’animo che ho appena sveglio. Un circolo vizioso di cani che si inculano a vicenda. Quindi, per prepararmi a una serata all’insegna della compagnia, è bene che io ascolti soltanto un certo tipo di musica, come dire, “motivazionale”, cioè in pratica canzoni che mi fanno muovere e ballare, mi riscaldo prima di iniziare il combattimento. Chiamare “combattimento” una serata tra amici (tra i quali conoscevo una o due persone, tra le venti presenti) fa di me unnonsocosa; tuttavia, in mia difesa, dico che spesso le serate tra amici/sconosciuti sono così, combattimenti per decretare il più divertente, il meno noioso, il meno silenzioso, e così via. Anche se io partivo con l’idea di non partecipare a nessuno di questi combattimenti - o meglio, non parteciparvi con costrizione, ma soltanto se avessi voluto farlo - era bene comunque prepararmi psicologicamente ad avere tanta gente intorno.
(E’ incredibile di come quella sera, mentre guidavo, non mi accorsi del problema ai freni, di cui vi parlerò in seguito)
Arrivato al cancello della palazzina di mia cugina, ho parcheggiato e mi sono avviato verso il portone di entrata del palazzo. Sono rimasto sotto la pioggia, sentivo le voci e le risate provenire dalla finestra aperta della casa di mia cugina al primo piano e aspettavo che il mio dito citofonasse da solo il pulsante accanto al nome di mia cugina. “Roberto!”, sento urlare, “Che ci fai sotto la pioggia?”. Mi giro e vedo una ragazza affacciata alla finestra, ma mentre la mia mente pensa a una scusa valida e accettabile per risponderle, quella è già sparita. Ma chi cazzo era? Vedo delle luci accendersi nel palazzo e vedo un fiume di persone che viene verso il portone. Mi salutano o si presentano e io sento nomi che dimentico ancora prima di ascoltare il nome seguente. Gente che mi saluta ma io non so chi siano. Alcuni di loro li ho conosciuti in serate casuali, cioè compleanni e feste varie. Ma non ricordo assolutamente niente di loro.
Da come mi salutano è praticamente ovvio che mia cugina abbia detto loro: “Sta passando un periodo difficile, trattatelo con riguardo e fatelo divertire.” Ovviamente, ero curioso di sapere quali domande mia cugina aveva detto che era meglio non pormi.
La serata è proseguita abbastanza bene, ma non mi meraviglio neanche molto di ciò. I flash di tristezza sono improvvisi ed esplodono per colpa di stupide associazioni di idee. Uno dice una cosa ma alla mia mente inconsciamente vengono in mente altre cose e improvvisamente ho bisogno di stare cinque minuti in silenzio. Quella serata era piena di coppie - anzi, di dannate coppiette felici, e anche se cercavo di non fissarle (sia perché mi fa male fissarle sia perché è maleducazione, credo) sentivo le loro risate, i loro bisbigli da innamorati. In due mi hanno chiesto della barba e uno ha cercato di fare una battuta agli stivali. “Me li presti?”, “Fammi indovinare, hai un’infestazione di formiche e le punte dei miei stivali ti aiuterebbero a uccidere quelle che si insidiano negli angoli.” TI SPACCO LA FACCIA.
Colonna sonora 5 - Assente
“Roberto, vorresti accompagnarmi ad andare a prendere le pizze?”. Ricordati, Roberto, cosa devi rispondere. “Sì.” Ma chi cazzo sei. Mi sono ritrovato in auto con una ragazza di cui non conoscevo neanche il nome. “Deve essere difficile una serata come questa per te, visto che non conosci nessuno.” Questa è stata la prima frase di questa sconosciuta che ha impiegato quattro manovre per uscire da un parcheggio che ne richiedeva soltanto due. “Ma come parcheggiano??” “Hai ragione,” le faccio, “Quello non è proprio il mio parcheggio migliore”. Se è vero che l’abito non fa il monaco, è vero che, però, ci facciamo una chiara idea di come siano le persone in base a vari elementi che, secondo noi, esprimono chiaramente il loro carattere. A esempio, l’aver impiegato quattro manovre anziché due per uscire dal parcheggio mi aveva lasciato pensare che fosse una guidatrice un po’ insicura, e durante il tragitto, cioè ai vari STOP e incroci, ho avuto conferma di questa sensazione. Poi, acceso lo stereo è partito il cd, ciò mi ha fatto intuire che fosse un’abitudinaria perché ascoltava i suoi cd e non semplicemente ciò che passava la radio. Forse, semplicemente non le piace la musica commerciale, ma che sia un’abitudinaria me l’ha confermato il fatto che durante il viaggio mi ha detto: “Questa pizzeria è lontana, ma fa la pizza ottima e ci vado da anni”. Sbam, canestro.
Durante tutto il viaggio mi ha parlato di come sia difficile essere un’universitaria in questo periodo. Parlava sempre, senza aspettarsi che io le rispondessi, ma non lo faceva perché era logorroica ma come se sapesse che avrei preferito stare zitto. “Cosa studi?”. Lei mi guarda e sorride, “Psicologia”. A venticinque anni compiuti, ogni volta che qualcuno mi dice che è uno psicologo a me viene subito in mente la telepatia. E così, in un attimo capisco tutto: ero in disparte e questa psicologa telepatica mi aveva chiesto di accompagnarla a prendere le pizze. Mi sento un idiota. “Vuoi parlare un po’ tu?”, mi chiede, allora ho iniziato a parlare.
Colonna sonora 6 - Il ritorno alla “festa”
Tornato a casa di mia cugina, mi è tornato alla mente un pensiero che sono solito fare quando esco di casa - anzi, da quella casa. Penso che sarebbe bello non tornarci più. Troppi ricordi, troppe cose che non riesco a gestire da solo. Quella stanza, quel letto, quel corridoio, quel dannato divano. Ma anche i miei genitori. Penso che sarebbe proprio bello non tornarci mai più, uscire dalla casa di mia cugina e iniziare camminare verso chissà dove e iniziare una nuova vita, lontano da tutti, ma soprattutto lontano da quel me che vive in quella dannata casa.
(Improvvisamente ho voglia di piangere, ma suppongo sia fuori luogo. Questa cosa del “piangere” mi disturba molto. Prima ero impassibile, ora mi basta ascoltare una canzone per scoppiare in un pianto silenzioso. Non mi piace, non mi piace per niente.)
Colonna sonora 7 - Il ritorno alla casa maledetta
Durante il viaggio di ritorno non ho ascoltato nessuna canzone, il che la dice lunga su come stavo. Ero molto triste. Ho venticinque anni e nella mia vita non ho concluso niente. La mia amica L. dice che le aspettative in base all’età è una pressione tipica dell’Italia, ma per farmi trasferire a Londra suppongo direbbe qualsiasi cosa. Sì, ho un’amica che mi vuole a Londra, un amico che mi vuole a Belfast. Ma l’importante, mi dicono entrambi, è che devo finalmente capire cosa voglio io. Già, cosa voglio io? So che sospiro profondamente e mi assale un’assenza che dopo quasi sei mesi mi pesa ancora tanto, e che non sento di avere la testa di pensare ad altro, ora come ora. So che mi sento un fallito da dieci anni e che nessuno è stato in grado di aiutarmi, a parte poche persone che mi hanno voltato le spalle per seguire - giustamente - le loro scelte. So che sono stanco di tutto questo.
La notte, cinque ore.
Appena svegliato sapevo già cosa fare. “Mamma, esco con la macchina.” C’era il sole, ruttavo e sentivo ancora il sapore dei peperoni sulla pizza della sera prima. Sapevo soltanto che non volevo restare a letto: no al piumone caldo e sicuro, no a quella casa. Avevo l’idea di andare al centro commerciale e approfittare un po’ dei saldi, ma ciò che più conta era il fatto che sapevo di volere tenere sempre la testa impegnata, di cercare di stare fuori casa per quanto più tempo potevo. Il “Sì” non doveva finire. Dovevo provare a essere un’altra persona per qualche ora, anzi, continuare a essereIo dopo la sera prima in cui mi ero prefissato di essere me stesso e soltanto me stesso. Cambiare e provare a vedere se cambiando sarei stato meglio.
Durante il tragitto verso il centro commerciale ricevo la telefonata di mio padre che mi avvisa che i freni dell’auto sono rotti, “Per frenare devi schiacciare il freno due volte”. Non me ne ero accorto, ma da quando vengo avvisato di ciò il difetto dell’auto è l’unica cosa che riesco a pensare. In effetti, il freno non funziona e c’è un breve attimo in cui mi vengono i brividi di paura vedendo che l’auto non rallenta né si ferma quando schiaccio sul freno. La strada che porta al centro commerciale è un rettilineo di campagna sperduto, dove di solito la gente corre e fa sorpassi come se non ci fosse un domani. Ebbene io, con i freni rotti, andavo a quaranta all’ora tenendomi diverse decine di metri dietro alla macchina che mi precedeva. Indietro, avevo una fila di autovetture, i conducenti continuavano a suonare il clacson e a gridare, ma io mi tenevo sulla destra e se volevano sorpassarmi avevano tutto lo spazio e infatti, spesso lo facevano. Al loro passaggio, incrociavano lo sguardo con me e chissà cosa gridavano. Io sorridevo e facevo O.K. con il pollice. Ci ho messo venti minuti (quattro manovre) per percorrere un tratto che di solito percorro in cinque minuti (due manovre: i casi della vita).
Le sedici ore seguenti le ho trascorse fuori casa. La mattina, l’ho passata nel centro commerciale, mentre girovagavo annoiato con gli occhiali da sole (al chiuso) e le mani nelle tasche del trench. Passeggiavo e vedevo coppie ovunque, oppure, c’era la lunga fila di mariti barra fidanzati che aspettavano le proprie consorti mentre cercavano saldi vantaggiosi ora nel negozio di abbigliamento, ora nella profumeria. Le loro espressioni erano di pura noia. Sono entrato in un negozio e il reparto maschile era un piccolo angolo misero, rispetto al resto del negozio dedicato tutto al mondo femminile. Siete troppo indecise. Alla cassa di questo negozio, una giraffa poco più bassa di me (sono alto circa un metro e novanta) attendeva il suo turno in fila, e mentre aspettava si guardava in giro per osservare i prodotti sugli espositori messi abilmente vicino alle casse. In mano, con la coda dell’occhio, vedevo che aveva qualcosa di nero. La sentivo parlare con l’amica quando a un certo punto mi sento toccare la spalla, mi giro e trovo lei che mi guarda. “Scusami se ti disturbo, puoi darmi un parere? Ti piace questo?”. Non ha il coraggio di dire “perizoma”, mi mostra uno straccetto nero di una stoffa trasparente. E’ molto più piccolo del suo bacino. Le dico: “E’ un perizoma nero”, come per dire che non c’è nulla di particolare che dovrebbe richiedere l’opinione di uno sconosciuto. Di’ che vuoi fare la zoccola. Sorride insieme all’amica. “Grazie.” La gente non sta bene.
Uscito dal centro commerciale ogni posto era un buon posto dove andare pur non tornare a casa, così sono andato a trovare i miei nonni. Il tragitto è lungo e avevo paura dei freni, ma non volevo che quelle ore finissero. Entrato in casa, come sempre, mia nonna non mi ha riconosciuto subito perché avevo la barba lunga. “Chi sei? Toglitela! Sei così un bel ragazzo, non coprirti il viso.” Era orario di pranzo e mio nonno stava mangiando della pasta, e prima che me ne rendo conto, mi ritrovo anche io seduto a mangiare pasta con il brodo di pollo. “Nonna, è insipida”, “Chi sei tu? Michele! Togliti la barba, sei così un bel ragazzo”. Mia nonna mi chiamava Michele anche prima che perdesse un po’ la testa. Ho ascoltato, ancora una volta, la storia di quando nacqui, o meglio, la versione raccontata da mia nonna, che è un minestrone di vari elementi presi dai racconti delle nascite di tutti i sei nipoti. “Robbè, che mi dici? La vita fa schifo, eh? Prima che muoio mi presenti una ragazza?”. Tra tutti i sei nipoti, io sono l’unico single. Persino mia cugina quattordicenne ha il fidanzatino. Ma non importa.
Mio nonno mi ha raccontato di quando corteggiò una ragazza negli anni quaranta. “Avevo fatto fare dal falegname una mensola curva in modo che una bottiglia di vino, poggiata sopra, facesse uscire del vino. Inchiodai - ma sì, la casa era sua, ma che mi importava? Dovevo chiavarla - inchiodai la mensola sopra il letto e sopra ci misi una bottiglia di vino in modo che facesse scendere delle gocce sul mio petto. Quando tornò a casa, mi trovò nudo, con le gocce di vino che mi bagnavano il petto villoso.” Penso che sia una stronzata, ma lo ascolto comunque. “E poi?”, “E poi, chiavammo”.
Colonna sonora 8 - La fine (La perfezione di questa canzone, da ascoltare con le cuffie)
Durante il tragitto verso casa ho pensato tante cose. Sembrerà strano, ma non ricordo di averlo percorso. Ero totalmente immerso in mille pensieri ed ero poco concentrato alla strada, ai freni rotti, al perizoma nero, al brodo insipido e al petto villoso di mio nonno.
Alla fine, ho capito che devo cambiare se voglio inseguire quell’utopica serenità, di cui conosco l’esistenza ma di cui non ricordo la sensazione di calore e di compagnia. Penso, “Sono stato mai bene?”. La risposta ancora una volta è “Sì”, ma quei tempi mi sembrano così lontani che, inafferrabili, mi ricordano in continuazione della loro attuale assenza. Devo cambiare, dire qualche “Sì”, andare contro le paure che ho in testa. Devo andare oltre, superare alcune difficoltà e dimenticare alcune bellezze. Devo riabituarmi alla solitudine, ai silenzi, e devo imparare ad ascoltare me stesso e quello che voglio veramente. Devo smettere di fare delle cose soltanto per compiacere alle persone, devo cercare di lasciarmi andare.
Aperta la porta di casa, il buio, nonostante fuori ci sia il sole tutti i balcone sono chiusi. La casa, quella casa, maledetta spugna impregnata di ricordi. Bei ricordi - i peggiori. “Sono a casa”, silenzio. Mia mamma al pc, mio padre dorme. All’improvviso, le venti ore precedenti, la sera prima, la mattinata, il pomeriggio, tutto, dimenticato. Dopo una doccia calda, e le relative canzoni casuali ascoltate (che non potevo saltare), mi sono steso sul divano, e, rannicchiato, ho guardato la TV.