Un maschietto incomodo

Ieri sono stato a una festa. C’era una ragazza incinta, un gruppetto di amiche che giocava con i loro amati smartphone (è risaputo che giocare in pubblico a giochi con l’accelerometro fa sembrare idioti), un cantante professionista, un ex-giocatore di rugby (ogni volta che vedo qualcuno grosso mi chiedo cosa accadrebbe in un eventuale rissa tra me e lui), due avvocati e una miriade di comparse. A un certo punto la festa si è suddivisa in due gruppi: i maschietti e le femminucce. Origliavo i discorsi delle femminucce incentrati sulla fame della ragazza incinta, che mangiava le patatine con piccolissimi morsetti, per paura che le venisse la nausea. Poi ogni tanto mi fingevo interessato ai discorsi dei maschietti. Purtroppo, ho un’enorme lacuna: sono, infatti, completamente negato in molti di quei discorsi che di solito fanno i maschi quando sono tra loro. 

Questo qui non è un discorso sessista, ma è vero che, i due sessi, quando sono tra di loro, tendono a parlare di discorsi che spesso annoiano l’altro sesso. E infatti: che cazzo me ne frega della nausea della ragazza incinta? Eppure, dato il loro interesse, sembrava parlassero del successo a Cannes del nuovo film dei fratelli Coen… Già, nessuno ne vuole parlare? Di cinema? Eddai! No, volevano parlare della nausea della panzona, mentre i maschi parlavano di calcio. Ah, il calcio. La religione nazionale. Quando c’è il campionato, vedi una serie di amici che durante le partite non sono disponibili. A te muore il pesciolino rosso ma, per parlarne con loro e trovare conforto, devi aspettare che la partita tra Bayerqualcosa contro Ecceteraeccetera finisca (che poi, l’eventuale dipartita di un pesciolino rosso sarebbe un argomento di cui parlare con un’amica, ma stamattina sono a corto di esempi, quindi il lettore voglia scusarmi). Quando finisce il campionato, parlano degli acquisti, delle statistiche, del chicazzosenefrega. Il tifoso, in genere, è una brutta razza: è ottuso, non accetta nessun’altra opinione se non la propria. Per questo, vedere tifosi di varie squadre scontrarsi in un duello verbale, spesso è almeno divertente. Purtroppo, però, ieri sera erano tutti tifosi napoletani. 

A quanto pare dovranno risistemare lo stadio San Paolo (o San Pietro?), gira voce che lo faranno presto ma sembra che questa voce sia vecchia di dieci anni (?). Mazzarri non è più l’allenatore della squadra del Napoli. Forse va all’Inter. 

Ascoltavo il discorso del calcio con una finta attenzione. Tra tutti i presenti, soltanto uno sapeva che a me, del calcio, me ne frega meno di sapere di chi sia il vincitore di Amici. Anzi, ancora meno (stamattina sono a corto di paragoni). Ogni tanto, lui che sapeva che a me il calcio non piace, mi osservava e sorrideva. Sì, perché tutti gli altri non si sono accorti di niente, perché spesso danno per scontato che se sei un maschio, il calcio lo segui. Io annuivo e fingevo espressioni di sconcerto quando chissà chi diceva chissà cosa e mi guardava, in cerca di approvazione. Possibile che non mi ricordo chi abbia detto non mi ricordo cosa? Non ho parole, sono indignato. Peggio, sono *inserisci un sinonimo forte dell’aggettivo “sconcertato”* (scusatemi, ma sono a corto di aggettivi). 

Finito il discorso del calcio, sono passati ai motori. “Ma avete sentito dell’annuncio della nuova Xbox One?”, ho chiesto io. Possibile che non riesca a incontrare un maschio a cui piacciono i videogiochi? Questo luogo comune che vuole i maschi fissati con i videogiochi è una cazzata. Mi hanno guardato come mi guardano le ragazze quando dico loro che mi piacciono i videogiochi, cioè quello sguardo che dice: “Ancora ti piacciono i videogiochi? Avrai trent’anni? Quanto sei alto?”. Ma che cazzo c’entra? Sono *sinonimo di sconcertato*. Poi si sono messi a parlare di automobili.

Allora: io sono uno di quelli che non sa riconoscere le automobili e, al massimo, ma proprio se si sforza, riesce a dirti tre modelli diversi. La panda, la Fiat Uno bianca di mio padre, e… Vabbe’, non è questo il punto… Ecco, la Punto! In ogni caso, parlavano di trazione posteriore (nessuno ha ascoltato la mia battuta di serie B: “Le famose automobili con il culo”), di alettoni, gomme scoppiate e pesi messi nel bagagliaio per non far sbandare l’auto. Porca miseria. È una caratteristica delle automobili a trazione posteriore zoccole, quelle che sculettano sull’asfalto. Io comunque sono una persona molta curiosa, così annuivo e bevevo la mia prima birra… del discorso delle automobili.

Intanto qualche lampo si vedeva dalla finestra, io a ogni flash saltavo perché ho paura dei fulmini, ma di questo ve ne parlo in un altro post. Li ascoltavo e annuivo, bevevo e saltavo dalla paura. Ogni tanto buttavo lì parole a caso: “Trazione San Pietro”, “Pesce rosso, quella zoccola!”, “La Xbox dei fratelli Coen”. Ma nessuno mi ascoltava. 

Bentornato, mondo lesbo!

Dovete sapere che circa un anno fa, quella che allora era la mia ragazza mi lasciò per stare con un’altra ragazza. Già. Ho passato un periodo davvero, davvero brutto. Una sofferenza profonda che spesso era difficile da sopportare. Tra i numerosi effetti collaterali comuni di un abbandono improvviso da parte di una persona a cui siamo molto legati, comunque, ce n’era uno in tema con la situazione: avevo, infatti, un rifiuto verso tutto ciò che facesse parte del mondo lesbo. È bene sottolineare che la mia non era una discriminazione, ma quando avevo a che fare con questo mondo provavo un forte peso sullo stomaco e stavo male per qualche ora. Ovviamente, non c’erano mai state così tante lesbiche, erano ovunque: nelle sotto-trame dei telefilm e nei film, fotografie lesbicose qui su tumblr, poi tutte improvvisamente a voler “sperimentare” la patata, oltre al fatto che, chissà perché, il porno lesbo è il preferito dalla maggior parte dei maschietti, quindi coppie di patate ovunque. Era un incubo. 

Un mio amico, a tal proposito, mi disse una cosa poco dopo che fui lasciato: “Dovresti essere incazzato con la tua ex soprattutto perché ti ha rovinato la migliore categoria di porno”. 

Poi piano a piano, le cose dentro di me sono cambiate. Bastava avere pazienza, lo sapevo sin dall’inizio. Bisognava che aspettassi il tempo, perché è vero, con il tempo passa tutto, nel bene e nel male. Era da tanto che non ci pensavo, ma ora, in quella che per me sembra una liberazione improvvisa, riesco a vedere due ragazze che si baciano senza starci male. Ho fatto la prova con un video porno lesbo: funziona! Sono libero, finalmente. Libero!

In alcuni momenti è stata davvero tanto dura, ma ce l’ho fatta. Quest’ultimo anno mi ha insegnato molto dei rapporti umani, sulla natura delle persone e su cosa bisogna fare per far funzionare un rapporto. Insomma, cazzo, qualcosa ho imparato. So che la natura di questo post è assurda, ma mi sento liberato da un peso così grande che volevo scriverlo.

Comunque a me il porno lesbo non è mai piaciuto.

Uomini e quaquaraquà

Ci sono uomini e quaquaraquà. La differenza è palese, porca miseria, ma non si basa su quelle caratteristiche idiote che di solito si attribuiscono agli uomini, tipo il petto villoso, il carattere rude, la barba folta. Si parlava di questo con un amico, un omofobo che crede nella posizione del missionario; lui diceva che di uomo ce n’è uno solo e che io, che accavallo le gambe (?), che guardo i musical e che dico: “È un bell’attore”, non sono un vero uomo. Ah, e ora come si fa? 

Poi c’è stato un litigio. Cioè io ho litigato pesantemente con una persona. Anzi, mi sono ritrovato a dover gestire tutta la merda che questa persona mi ha spalato addosso. Mi sono difeso come ho potuto, con le unghie… ehm, volevo dire con i pugni forti come una palla da bowling che ti cade sul piede villoso. L’amico missionario era indignato verso questa persona. “Le tolgo il saluto”, mi fa, “E se dice mezza parola me la mangio viva”. Grazie, amico missionario, senza il tuo sostegno non so come farei. 

Arriva il giorno in cui io, il missionario e la troia ci dobbiamo trovare per forza nella stessa sala, per fortuna enorme, quella di un ristorante, durante una dannata comunione. Io ignoro la troia, il missionario la saluta, le dà i bacini, ci chiacchiera e ci sorride insieme, li vedo da lontano. Addosso mi sento gli sguardi di tutti; distinguo, tra il chiacchiericcio della sala, il mio nome; vedo gente che mi indica e sghignazza. 

Dopo qualche giorno parlo con il missionario, lui mi dice: “Sono stato costretto a salutarla, per educazione. Mi è venuta incontro e non era sola, cosa potevo fare?”. “No”, gli dico io, “Ti sei alzato e sei andato a salutarla. Ti ho visto. Eri sulla panchina e ti sei alzato”. Davanti all’evidenza, lo ha ammesso.

E allora penso al fatto che in questi anni io ho fatto un percorso. Mi sono obbligato a farlo. A prescindere dal fatto che a venticinque anni non ho concluso niente dalla vita, io cerco sempre di rispettare gli altri, ma soprattutto me stesso e la parola che do. Cerco di essere coerente con me stesso, perché quando mi specchio la sera voglio avere il coraggio di guardarmi negli occhi e non essere ripugnato di dover convivere con una persona disgustosa, Io.

La differenza tra uomini e quaquaraquà è nelle azioni che fanno. Io accavallo le gambe, guardo i musical, ho persino pianto due volte guardando due film, ma sapete cosa? Non credo che tutte queste e molte altre azioni mi rendano meno uomo, perché quando c’è da dare una cristo di parola a un amico, io la do e la rispetto. E allora tieniti il tuo petto villoso, le tue spalle da macho, tieniti la tua forza bruta, tieniti il fatto che sai fare a botte e che non accavalli le gambe, stupido quaquaraquà.

L’uomo appassito

…a poco a poco, mi trovai immobile. Ero di fianco a un albero piazzato in un cerchio di terra striminzito, al centro del marciapiede. I passanti passavano, snobbando la mia presenza; anzi, alcuni di essi erano seccati, avanzavano dritti in corsie ordinate, regolate dal volere taciturno che ciascuno bramava, quello di essere lasciati soli a vivere il loro malumore abituale, e quando erano costretti a distrarsi dai loro Mondi per scontrarsi con il mio corpo, indebolito dai pensieri, che ora era abbattuto per terra, mi urlavano contro: “Attento!”, ma no, volevo dirgli io, attenti voi!

Pure io ero così, prima che mi fermassi al centro di questo marciapiede. Trascuravo la sofferenza che pativo per colpa dalle persone, della verità sull’esistenza, sulla passività della mia vita. Tenevo tutti all’oscuro di ciò che provavo, “Tutto il mondo che mi serve”, mi ripetevo, “Son’io”. Così inghiottivo tutto, ignoravo i tormenti che subivo e avanzavo dritto. Ma ben presto la solitudine svelò un aspetto a cui non avevo mai pensato: l’angoscia nel sollevare da solo i propri pensieri angosciosi. 

Il cielo è sconfinato, ma noi siamo delimitati. Trasportare pensieri pesanti che si ramificano nella nostra testa e oltre i capelli, ci fa sembrare bonsai col fogliame di una quercia secolare. Il nostro avanzare sarebbe sempre più lento, passo dopo passo, fino a quando i pensieri non ci schiaccerebbero, costringendoci a fermarci, inaspettatamente, al centro di un marciapiede. 

Semplice silenzio

A volte è tremendamente brutto comunicare a distanza. Sei lì a conversare con una persona interessante, ti diverti e ti emozioni, poi ti giri alle tue spalle e vedi la stanza vuota. Se tieni le dita ferme per un po’ e non premi nessuna lettera sulla tastiera, c’è il completo silenzio. L’altro vede che hai letto il messaggio, e aspetta. Penserà che sono distratto, che sto facendo qualcosa, quando in realtà sono immobile a guardare lo schermo e a sentirmi, improvvisamente, solo. 

Internet è una grande invenzione ma in parte ha rovinato i rapporti interpersonali. Ora qualsiasi cosa deve trovare le parole giuste per essere espressa, non può starci il silenzio in una chat. Che poi io la inizierei pure una chat, direi a chi è dall’altra parte di stare fermo a osservare lo schermo, la linea verticale che lampeggia su uno spazio vuoto, ma non sarebbe come stare in silenzio nella stessa stanza. E allora bisogna dire che “vorrei accarezzarti” invece di accarezzare, oppure “ti abbraccio” al posto di abbracciare, oltre a trovare altri modi giusti per dire tantissime altre sensazioni. 

Quando avevo circa quattordici anni, ricordo che i miei amici volevano sempre fare qualcosa. Continuavano a ripetere: “Che facciamo? Mi annoio”. Io, invece, non mi annoiavo mai. A me bastava la loro compagnia. Con quattro chiacchiere, due prese in giro e qualche gara di scoregge il tempo passava. Qualsiasi cosa facessimo eravamo insieme, e anche quando non facevamo nulla, per me andava bene così. Perché sentire la presenza di un altro essere umano è sempre stato un bisogno che in molti sottovalutano. Perché lo si dà per scontato. 

Mi piacerebbe stare zitto, non dire niente. Sarebbe una bellissima esperienza da fare: chiudersi in una casa e non parlare per una settimana. Comunicare (che poi stare zitti non significa non comunicare, ma non parlare per forza soltanto perché si è in compagnia) attraverso i gesti o non comunicare affatto. Non sarebbe noioso. Sentire la presenza di un’altra persona senza dire una sola parola, che di parole, già ne abbiamo scritte e dette abbastanza

Vorrei ritornare ad annoiarmi in compagnia, passeggiare sempre nelle solite strade con i soliti amici, con i quali si sta in silenzio se nessuno ha novità da raccontare, sentire dei passi scalzi che interrompono il silenzio di una casa vuota. In questi giorni confusi ho malinconia di tempi lontani o di persone lontane. Mi sento solo, nonostante possa chiamare o farmi chiamare, scrivere o iniziare una chat con centinaia di persone differenti. Non è una noia che mi vorrebbe far parlare con qualcuno per non annoiarmi (io mi annoio raramente) ma piuttosto è una solitudine fisica, un’assenza di contatti e di compagnia, che inizia a pesarmi. Soprattutto in questi giorni, quando avrei avuto bisogno di un abbraccio, ma quando ho capito che non avevo nessuno da chiamare, ho aspettato che quella voglia svanisse col tempo. E alla fine uno, due, dieci, cento o mille abbracci, o contatti, o carezze, o “dormite appiccicate” non soddisfatte pesano. E ti rallentano sempre di più.

Ho alzato le mani dalla tastiera per tanto tempo, poi ho scritto questa frase conclusiva. Ma a voi sembrerà un semplice capoverso.

Pensieri dopo una sega

Ci tengono per le palle. 

La sessualità dei maschi è molto differente da quella delle donne. A noi basta “vedere” per eccitarci (ecco svelato l’arcano del successo del porno e della lingerie). In continuazione veniamo bombardati da stimoli sessuali: è così che gira il mondo. Sfruttano il corpo femminile per vendere praticamente qualsiasi cosa, anche i cotton fioc. È una cosa molto triste sapere di fare parte di un luogo comune in quanto maschietto: luogo comune, cioè quello che ci vuole ossessionati dal sesso, neanche troppo sbagliato. D’altra parte, però, in molti sfruttano questa nostra debolezza del “vedere”. Siamo lo zimbello di chiunque per colpa di un cosino (o cosone, se ci fosse qualche maschietto suscettibile) dal pensiero indipendente. Ve l’ho detto: ci tengono per le palle (letteralmente).

(Non leggete questa parentesi, per favore. Io, per esempio, vado di matto se vedo delle gambe con delle calze. Se le calze sono nere, o addirittura rosse, potrei morire sul posto)

Al sesso ci pensano sempre anche le donne, ma per noi maschietti funziona in modo differente. L’altra notte, dopo una sega, ho avuto un’illuminazione. Poco prima avevo voglia di una donna: durante la giornata ero uscito e visto donne con le gambe scoperte praticamente ovunque (odio l’estate e quegli odiosi vestitini leggeri); entrato in tumblr mi ero ritrovato davanti il porno, tanto porno; poi le pubblicità e le conversazioni con le amiche in cui esprimevano chiaramente la loro sessualità. Avevo accumulato tanta eccitazione, è così che funziona. A un certo punto non ce la fai più e devi farlo. In quel momento faresti sesso con chiunque e ti immagini le situazioni più assurde ed eccitanti. Vedi teneri corpi femminile ovunque, bellissimi e pronti per soddisfarti. Ma poi vieni, e da un secondo all’altro cambi l’intera prospettiva del mondo. Ti dispiace aver avuto quei pensieri, ti dispiace e ti senti in colpa. Poi ti senti debole perché ti è bastato davvero poco per cedere, per avere davanti agli occhi soltanto quella dannata cosina. 
Inizi a chiederti come possano, certe persone, basare interi rapporti interpersonali su cinque secondi di brividi e spasmi. Ti chiedi come sia possibile che un’intera società sia basata su questo, sulla sessualità, nonostante cinque secondi prima eri pronto a masturbarti sulla pubblicità dei cotton fioc.

E’ una cosa brutta che avvalora quella teoria sbagliata che vuole noi uomini pensare soltanto al sesso. In realtà le persone più pervertite che conosco sono donne. Gli uomini al massimo pensano di scopare chiunque, le donne sono superiori (ma non ditelo alle “finte femministe”) perché hanno idee folli per scopare in luoghi, in modi e in momenti assurdi. Ah, che adorabili! 

Il cliché secondo cui noi maschietti siamo più “pervertiti” è continuamente confermato: la società ci tiene per le palle con una donna immaginaria che ci promette di scoprire una tetta. Siamo ipnotizzati da alcuni pensieri e a volte non riusciamo proprio a farne a meno. Poi dopo cinque secondi di spasmi tutto passa. E raggomitolati nel nostro letto, da soli, con le mani ancora sporche, pensiamo che no, quel cliché si sbaglia, che noi siamo più forti di una tetta. Ma poi arriva un altro giorno e tutto ricomincia.

Tarallucci e vino

L’inizio

E’ sempre un bene avvicinarsi alle feste con una certa calma. Non basta, infatti, accettare l’invito, vestirsi e andare alla festa per “partecipare alla festa”, ma c’è un insieme di procedure e (Sheldon direbbe) “convenzioni sociali non opzionali” che bisogna attuare. 
Saltando la conferma dell’invito (“convenzione sociale non opzionale”) perché è la festa di laurea di tua cugina e non puoi dire no (anche se io, che non o neanche il diploma, non posso capire la sua felicità), e saltando la parte della scelta del vestito, perché sono maschio e basta una camicia e una giacca per essere adatto per partecipare a praticamente qualsiasi tipo di evento (dalla perdita della verginità alle comunioni), passiamo direttamente alla festa, anche se la risposta alla domanda principale, cioè: “Come è una festa di laurea?”, determina ogni comportamento da adottare in qualsiasi momento della suddetta festa. 

La prima cosa che ovviamente si nota se si va a una festa con una compagnia femminile sono gli abiti che indossano le altre donne. Che due palle. Si porta tanto lo stile “casual” (che, attenzione, è differente dal termine italianizzato “alla cazzo di cane”) e si pensava, anzi, e lei (la mia accompagnatrice) aveva pensato bene di vestirsi “casual” anche per una festa di laurea, anche se i capi di abbigliamento avrebbero dovuto adattarsi al tipo di festa che sarebbe stata (vedi “domanda principale”). Festa elegante? Oppure a tarallucci e vino?
La risposta è subito venuta all’occhio grazie al pantalone color mimetica militare che una gentilissima invitata indossava: tarallucci e vino style. La mia accompagnatrice, che nel suo “casual” si sentiva in imbarazzo dopo aver visto un uomo che addirittura indossava una cravatta, si è subito tranquillizzata vedendo la soldatessa Jane e una signora che esibiva la panza attraverso un vestito giallo come se non ci fosse stato un domani. 

La previsione sull’atmosfera della festa ha avuto conferma una volta entrati nel locale e aver visto due cantanti in un angolo della sala a smanettare con un computer, sulla parete della sala un proiettore che mostrava una schermata che io conoscevo fin troppo bene: il KARAOKE. Il karaoke? Uhm, uhm, uhm. 
Abbiamo subito preso posto in un tavolo strategicamente vantaggioso posto in un angolo da cui potevamo vedere “tutta la sala” (dico “tutta la sala” perché è come la mia accompagnatrice chiamava quella visuale, mentre io ero più propenso col dire: “Dillo che ti vuoi fare i cazzi di tutti”). Ogni tanto veniva a salutarmi qualche mio lontano parente, tutti col cognome Chicazzosei. In questi casi è sempre bene sorridere e affermare con assoluta certezza che ti ricordi chiaramente chi esso sia. “Come no, scherzi?”. Intanto la mia accompagnatrice mi informava su tutte le cadute di stile di cui le numerose donne invitate avevano colpa. 

Il karaoke

A parte il fatto che quando mangio la pizza non preferisco particolarmente che mi si canti nell’orecchio, mettere il karaoke in una festa ci può anche stare, ma ci deve essere un minimo di organizzazione. A esempio io sconsiglierei di fare il karaoke costantemente. Capisco che dare alle persone una canzone da ascoltare e delle parole da leggere mentre mangiano le mette a loro agio perché non dovranno interagire con gli altri invitati del tavolo, ma quando si mangia ci vuole un minimo d’atmosfera. E invece no.
La festa (che è durata molto più del dovuto) è stata più o meno un lunghissimo saluto. Mia cugina ha passato la serata a salutare e ringraziare tutti, mentre gli invitati seduti mangiavano e i cantanti nell’angolo si divertivano a improvvisarsi, be’, cantanti. Ci sono due regole fondamentali che determinano la bravura di un cantante agli occhi di chi di musica ne capisce meno di un cazzo: la prima, se il cantante non stona secondo il banalissimo metro di giudizio di un appassionato di musica che non ascolta più delle canzone che mandano su MTV o che cantano in Amici; la seconda, se il cantante canta canzoni ritenute belle dalla massa, o semplici tormentoni, o semplici canzoni d’amore. 

Due fattori hanno ulteriormente peggiorato le cose. La prima è l’insieme di due fattori ben distinti: la bravura dei cantanti di far partecipare gli invitati alla parte “animata” della festa, mentre la seconda è la voglia che gli invitati, gran parte formati da coppie di trentenni fidanzate, sposate o sposate con figlio, avevano di tornare indietro di dieci anni e fare i coglioni con un microfono in mano. La frase: “Cantante tutti insieme!” ha raggiunto nuovi picchi di trascuratezza da parte del pubblico.
Nonostante uno dei due stimatissimi cantantissimi non facesse altro che ripetere agli invitati di farsi avanti e cantare, ho preferito non farlo perché se no avrei fatto venire a piovere. Se avessi bevuto più di cinque birre, insieme alla canzone avrei fatto una piccola coreografia che sicuramente sarebbe entrata negli annali del caraoche. 

Ci sono stati ben due picchi durante il momento karaoke della serata. Uno tanto banale quanto profondo: infatti durante l’esibizione di una canzone il cantante è stato costretto ad annunciare il fatto che andava spostata una Panda. Qui vorrei sottolineare la geniale meschinità di cui alcune donne sono colpevoli, infatti la mia accompagnatrice ha esordito: “Non è educato riferirsi con questi toni a una signora, nonostante indossi un abito bianco e nero e sia leggermente in carne”. Quasi sputavo la birra. 
Il secondo elemento è stato particolarmente, come dirlo con toni simpatici, una trapanata di coglioni. Caso volle che un lontano parente della festeggiata fosse un cantante amatoriale. Dio porco. S’è messo a cantare canzoni classiche napoletane che io non avevo mai sentito (l’unico nel raggio di chilometri). Tutti a cantare, ad applaudire, “Brafo, brafo!”, e c’erano persino due donne che si erano alzate e piangevano guardando il proprio figlio e il proprio nipote cantare davanti a una platea (seduta, che magnava i panzarotti).

Un ultimo appunto riguardo il karaoke è doveroso ed è dedicato alla scelta delle canzoni, cioè la discografia dei Modà. Io lo ammetto, tempo fa avevo una canzone dei Modà nella libreria di iTunes. Non andavano ancora di modà ed erano praticamente agli inizi, credo che la canzone si chiamasse “Quello che non ti ho detto”. Già allora il cantante si vestiva da adolescente nonostante dimostrasse l’età di mio nonno, ma passiamo oltre. Premettendo che sono poco informato sulle canzoni “moderne”, avendo a disposizione il karaoke leggi il testo delle canzoni e ti si apre tutto un mondo. Per esempio, leggendo il testo delle canzoni dei Modà ho pensato: “Ma che cazzo di canzone è?”. 
La canzone era “Se si potesse non morire”, e già dal titolo, oltre a una grattatina, stimola in noi il dilemma sull’effettiva profondità emotiva del testo. E infatti, sparsi nel testo ci sono frasi del tipo: “Se avessi solo un po’ più tempo per viaggiare frantumerei il mio cuore in polvere di sale (?) per coprire ogni centimetro di mare (il cantante sa quant’è già salato il mare? Un’aggiunta ulteriore di sale ucciderebbe gran parte dei pesci! Dove sono gli animalisti quando servono?)”, “E se anche i baci si potessero mangiare ci sarebbe un po’ più amore e meno fame (scusate ma questa frase mi fa scoppiare a ridere ogni volta: mi immagino un panino porchetta, peperoni e una pomiciata)”, “Se si potesse nascere ogni mese  per risentire la dolcezza di una madre e di un padre (io credo che tua madre ti lancerebbe le sedie dietro se dovesse partorirti ogni mese)”, “E gli animali ci potessero parlare cominceremmo a domandarci un po’ più spesso se nel mondo sono loro le persone (MA CHE CAZZO STAI DICENDO)”. Ma a quanto pare questa canzone piaceva molto alla platea, perché che cazzo ne so. Questa canzone non ha nessun senso.
A quanto vedo il cantante dei Modà si crede ancora quindicenne. 

La danza 

In ogni festa che si rispetti c’è il momento danza. Il numero dei ballerini dipende quasi sempre da quelle due o tre invitate che nel lontano duemila sono andate a due incontri del corso di danza latino-americana. Dannati latino-americani: hanno fatto una decina di canzoni che ci tormentano da decenni. Ricordo quelle canzoni già dai balli alle feste delle elementari. Infatti prima scherzavo: chiunque ormai conosce i passi delle canzoni che si ballano alle feste. Un po’ di destra, un po’ di sinistra, poi a un certo punto qualche botta all’amante immaginario e poi giro, si ricomincia!

I poveri cantatissimi invitavano tutti a ballare ma nessuno si faceva avanti perché non c’era nessuno da guardare e da imitare nei passi. Così mi sono alzato e ho urlato: “Fermi tutti: i passi li so io!”. Mi hanno accolto come un eroe. E che ci vuole? Prima di tutto, se si è maschi bisogna ballare con il preservativo inserito. Questo finché non si è abbastanza grandi da capire che quella zoccola in Dirty Dancing non è incinta soltanto per aver ballato con il suo moroso. 
Allora soldato Jane, mi segua: e uno, due, tre, e uno, due, tre. Sculettata a destra, sculettata a sinistra (sì, ma non tocchi). BOTTA, e via (senza la virgola quest’ultima frase assume altri significati). Tra i miei balli preferiti ci sono il “tipitipitero”, dove alla fine c’è una rissa di schiaffi in cui puoi fare il “tuca tuca” ma tucando in punti migliori, se sei furbo; il secondo ballo è quello più esclusivo: soltanto dopo aver mangiato ricotta avariata, latte scaduto e lo yougurt andato a male puoi ballarlo. Mangi tutta quella merda e balli tenendovi la pancia e muovendo il bacino (come quando usate l’hula hoop) e cantate: “Balla con la colite, colite, colite, balla con la colite, ZAM-ZAM!”.

Scusate, questa era davvero triste.

Le coppiette 

La situazione è degenerata in pochissimi anni. Quando si è single si apprezzano tante cose che i maschietti fidanzati danno per scontato, come per esempio le tette. Il 98% dei presenti alla festa giocava con il proprio smartphone touch. E non è una metafora. Le loro donne al fianco mentre li osservavano, alcune giocavano con loro e altre sbuffavano. C’erano almeno sessanta tette annoiate. Sessanta! Addirittura un tizio aveva portato l’iPad. A una festa. L’iPad. E dovevate vederlo a muovere velocemente le dita su quello schermo per superare il livello. Cristo santo. Affianco a lui, una donna in un vestitino brilluccicoso e aderente, i capelli raccolti in una pallina avvolta da un fiocchetto rosso. Lo osservava e lui lì, a superare il livello. 

Caro Amico mio,
hai le tette touchscreen e giochi con l’iPad? Ma che problema hai?

Firmato,
Roberto

Non date mai per scontate le tette delle vostre ragazze. Magari quel deficiente stava giocando a una app con le tette virtuali. Ormai non mi meraviglierei più di niente.

Le altre coppiette presenti in sala (ora che ci penso essere single ha i propri vantaggi) si scattavano fotografie insieme mentre facevano strane linguacce. Questo, ogni circa sette minuti. Ma quante linguacce esistono? E poi via, pubblicata la fotografia su facebook. Quando, dopo il “mi piace”, aggiungeranno “e sti cazzi?” come pulsante su facebook, io sarò un uomo più felice. 

Conclusioni

Mah. La festa è durata un bel po’: da circa le otto di sera alle tre del mattino. Sette ore, cazzo. Ho assistito a cose che potrei dimenticare soltanto con l’elettroshock. Sessanta tette, non ci posso pensare.

In tutto questo incubo ho avuto un contatto con una sconosciuta, una piccola consolazione in sette ore di deliri. Avevo in mano la borsa marrone di mia cugina, gliela mantenevo mentre lei si faceva la fotografia. Questa sconosciuta, una tappetta più grande di me, di qualche anno ma abbastanza per non farle notare un “piccolo” venticinquenne come me, si avvicina e mi guarda sorridendo, poi indica la borsa e dice: “Non si abbina alla giacca”. Ah, amore mio! Si sedeva con una gamba sotto l’altra, cioè con il polpaccio sulla sedia, nonostante avesse una gonna e LE CALZE NERE. AH! Le ho sorriso e l’unico suono che sono riuscito a esprimere è stato: “AHMMM”, ma ormai (per fortuna) si era già allontanata. 

Concludo con una frase che un mio carissimo parente, dal cognome Chicazzosei, ha detto quando ormai in corpo aveva più birra che altro: “La lunchezza di questa fessa va oltre la sogliola del dolore”.

Cambiamoci la vita a vicenda

Le persone influenzano le vite altrui in tanti modi differenti. Lo fanno attraverso azioni palesi e chiare a tutti, come litigi oppure azioni che cambiano profondamente l’idea che abbiamo dell’altra persona (oppure dovrebbero farlo). Ma altre volte le persone cambiano la vita, o la giornata altrui in modi silenziosi, da una distanza e con una discrezione tali da rendere la loro presenza una figura lontana, o ancora più spesso, una figura di cui ignoriamo del tutto l’esistenza. 

Anni fa accadde un fatto che cambiò radicalmente il mio modo di vedere i testi che scrivevo. Una mia… be’, una ragazza lesse un mio racconto in mia presenza. Le piaceva leggere ciò che scrivevo e quando scoprì che avevo scritto un nuovo racconto non riuscì ad aspettare di tornare a casa. Mentre lo leggeva io facevo altro, cercavo di passare il tempo dell’attesa. Quando lei completò la lettura, io la vidi piangere. Le chiesi cosa fosse accaduto e lei mi disse che il mio racconto le era piaciuto tanto. 

Fu un fatto che mi scosse molto: davvero i miei lettori potevano avere reazioni emotive così toccanti? Prima di quel pomeriggio vedevo i miei “lettori” come qualcuno lontano, ma improvvisamente mi resi conto che i lettori che avevo erano persone proprio come me. Sembra una cosa banale perché è palese, ma in realtà non ci avevo mai pensato sul serio. E’ difficile scrivere qualcosa mentre sei solo nella tua stanza e immaginare le persone che leggono i tuoi testi. Da quel pomeriggio la mia prospettiva di vita cambiò radicalmente (un esempio di come le persone, in questo caso quella ragazza, possono cambiare la vita altrui attraverso azioni esplicite).

Capire che potevo provocare delle reazioni era una cosa che mi rese nervoso per un certo periodo, ma la voglia di scrivere prevalse e alla fine tornai a scrivere, ma con la piena consapevolezza che a leggermi c’erano persone che avevano avuto una giornata storta o che avevano vissuto il giorno più bello della loro vita; persone annoiate sulla tazza del cesso oppure a letto, in attesa del sonno; persone che erano ovunque e che provavano tutti gli stati d’animo possibili. Iniziai a immaginarmi le decine di situazioni e i contesti che i miei lettori vivevano mentre mi leggevano, ma ciò che pensavo quasi con ossessione fu cercare di immaginare le reazioni che i miei scritti provocassero. Per questo, per paura, cercavo sempre di scrivere dei testi divertenti, perché non volevo far piangere più nessuno.

Solo che… come potevo decidere le reazioni che un essere umano, una macchina perfetta e infinita, potesse avere davanti a un testo scritto? Non potevo. Quindi scrivevo quello che volevo e il fatto che i lettori fossero silenziosi, cioè fossero soltanto un numero di visualizzazioni e non lasciassero commenti, mi aiutava molto. Ridevano o piangevano in silenzio. 

In questi anni il mio modo di pensare alle persone è cambiato molto proprio grazie a questo pensiero (la mia scrittura cambiò in un pomeriggio, poi la mia scrittura cambiò la mia vita). Quando osservo una ragazza in treno e fantastico sulla sua vita, in un certo senso, quella bellissima figura e i sogni che mi scatena mi cambiano la giornata. Ma lei non lo saprà mai. Così come quando leggo un testo su tumblr e metto un semplice “like”, quando i pensieri che mi ha scatenato quel testo mi farebbero andare sotto casa dell’utente che l’ha scritto, citofonargli per poi farlo scendere e baciarlo sulla bocca, maschio o femmina che sia. Questo perché le persone si influenzano in modi che non riusciamo neanche a immaginare.

La svolta di Tumblr sottolineò questo mio pensiero. Quando mi iscrissi iniziai a pensare a modi di scrivere che non avevo mai immaginato: post personali come questo che mi mettono a nudo. Mentre io scrivevo, c’era un gruppo di persone silenziose che mi seguiva con attenzione. Questo gruppo lo sto conoscendo lentamente e con delicatezza. Ci sono utenti che mi scrivono per una sciocchezza (a volte un semplice “Ciao”) ma poi mi confessano di leggermi da anni, ed elencano tutte le informazioni che hanno imparato leggendo e rileggendo i miei post. Molti di loro mi dicono che rallegro le loro giornate e che faccio compagnia con i miei lunghi post. 

Sono sicuro che di non conoscere tutte le persone a cui “cambio la giornata”, semplicemente perché le persone che la cambiano a me ignorano la mia esistenza, oppure se ne sono a conoscenza, non immaginano quanto, in realtà, io tenga ai loro scritti. Sono anche io un lettore silenzioso, ma ciò non mi aiuta a capire cosa provoco ai miei lettori perché alla fine siamo tutti silenziosi ma in modi differenti. Una volta una ragazza mi confessò che un mio post le aveva cambiato la vita. Ricordo che rimasi sorpreso, oltre a cacarmi sotto dalla paura. Ma lei fu gentile perché disse: “Se avessi cambiato la vita di qualcuno, io vorrei saperlo. Per questo te lo dico”.

Ed è vero: a me piacerebbe sapere tutti i pensieri e le reazioni che ho scatenato. Quando mi scrivete, spesso mi chiamate per nome: ciò mi fa pensare che, in un certo modo, vi ricordate di me. E allora vorrei capire il perché. Ma soprattutto, vorrei sapere cosa vi spinge a ricordarvi di me: semplice abitudine?, oppure una volta ho cambiato anche la vostra giornata? Sapere tutti i pensieri che scateniamo è impossibile: pensate agli sconosciuti per strada che ci osservano e fantasticano su di noi; pensate alle foto che pubblicate in internet e a tutti i pensieri che scatenate; pensate alle assurde associazioni di idee che possono essere scatenate da qualsiasi cosa e possono arrivare a farci ricordare un conoscente, o un vecchio compagno di scuola. Pensate a tutto ciò e molto altro! Di quanti pensieri facciamo parte? E’ impossibile saperlo, impossibile! Ma sarebbe bello poterli sapere tutti, aprire la casella della posta elettronica e leggere: “La tua vecchia fidanzatina delle elementari ha visto una lumaca strisciare lentamente sul muretto e si è ricordata di te e dei tuoi baci bavosi”. 

La sensibilità del pensiero umano fa sì che ognuno di noi sia un involucro di centinaia di pensieri e sensazioni, molti dei quali non verranno mai detti o espressi. Ciò è un peccato. Capisco che, alla fine, la parte di noi che esce “fuori” è soltanto una minima parte di ciò che siamo, talvolta neanche la parte più interessante. Per questo, io cerco sempre di essere il più onesto possibile dicendo cose che talvolta mettono a disagio l’altra persona; dico che mi sei mancata, dico che ti ho pensata, dico che il tuo sms è stata una cosa bella in una giornata di merda. Questo perché voglio far sì che alle persone sia sempre chiaro il ruolo che hanno nella mia vita e nelle mie giornate. Ma (me ne rendo conto) anche se voglio essere il più onesto possibile, ci sono pensieri che non ho mai detto: mail che ho scritto e mai inviato, oppure pensieri mai espressi e che mai dirò ad alta voce. Per scoprirsi bisogna avere coraggio e io, in fondo, sono un fifone. Nonostante ciò, penso in continuazione se tizio o caio mi pensano, o cosa abbia pensato la sconosciuta che mi ha guardato in treno. Magari nulla, basta saperlo.

ASK

Da diversi giorni mi dicevo che dovevo fare la pulizia tra i messaggi su Tumblr, perché erano troppi e io volevo cancellare quelli superflui per tenere quelli più belli, in modo da poterli sfogliare e leggere ogni volta che ne ho voglia. E così ho fatto, ne ho tenuti 256; alcuni sono ask, bellissimi ask che ho tenuto e a cui, ahimè, non ho risposto - mi dicevo “Rispondigli per messaggio privato!”, così mi conservavo l’ask, ma tra una cosa e un’altra mi sono dimenticato di rispondere alla maggior parte di quegli ask, e così chi me li ha mandati avrà pensato che sono uno stronzo, quando invece leggo e rileggo quegli ask e sorrido, ancora; altri sono messaggi privati, di sconosciuti con cui scambio qualche opinione ogni tanto e di altri sconosciuti che in cuor mio chiamo “piccoli amici”, ma non glielo dico mica; poi ci sono ask anonimi che sono poco anonimi, mandati da chi so io e a cui non ho mai risposto. Ma li ho conservati tutti.

Sono sicuro che molti dei miei “messaggi preferiti” sono stati mandati da utenti che neanche si ricordano di averli scritti, e che se dovessi dir loro “Ehi lo sai, mi sono conservato il tuo ask e lo rileggo ogni tanto”, loro mi prenderebbero per un matto e si chiederebbero il perché. Ma tant’è, è così. 

(L’ultima cosa e poi pubblico il post, promesso) Quando leggete un blog di uno sconosciuto e vi piace tanto ciò che scrive, ma in realtà lui non sa neanche della vostra esistenza anche se vi siete scambiati qualche timido messaggio, avete mai l’impressione che potreste diventare ottimi amici con lui, se soltanto riusciste a sbloccarvi e conoscervi? Io sì. Ho questa impressione continuamente. E ce l’ho anche ora, rileggendo alcuni ask e messaggi. La cosa divertente è che con alcune di quelle persone ci sono diventato amico, oggi dopo mesi e mesi da quei messaggi. Con altri mi sono perso di vista, è un peccato.

E niente, a volte ci penso. D’altronde le persone importanti sono state anche sconosciute, in un tempo lontano. Penso al fatto che lì fuori ci sono i miei futuri amori, le mie future amicizie, o gli sconosciuti con cui scambierò quattro chiacchiere alla posta, oppure sconosciute che mi faranno girare la testa per strada. Sono lì fuori, cavolo, e hanno già scatenato la catena di eventi che li porterà a far parte della mia vita, in un modo o nell’altro. Ciò è bellissimo: è in atto qualcosa che non si può fermare. Non parlo del destino (non credo al destino), ma di una casualità ordinata e calcolata. E’ ciò che penso rileggendo alcuni ask: “Peccato che con quella persona non sia scoccata la scintilla dell’amicizia”; forse in futuro saremo qualcuno l’uno per l’altra, ma per ora siamo soltanto due completi sconosciuti.

Questo post non doveva essere così lungo.

La realtà

La realtà è desolazione, la realtà è pericolosa, la realtà è un posto rumoroso che ti fa sentire sporco e indifeso. La realtà è fatta di paura, nella realtà devi stare sempre allerta. Una volta un ragazzino tentò di rapinare me e un mio amico con una limetta per le unghie, che sono sicuro venga usata spesso come arma, ma visto che il ragazzino era un tappetto per niente minaccioso, io e il mio amico gli demmo qualche spicciolo e un pacchetto di fazzoletti già aperto. Avevo circa diciassette anni. Scoprimmo che quello era il figlio del boss della zona, grazie al quale potevamo “dormire sogni tranquilli” perché faceva in modo che non ci fossero rapine né guai nei dintorni. Il figlio era una testa calda, qualche mese dopo venimmo a sapere che lo avevano picchiato a sangue per fargli mettere la testa a posto.

Qualche anno prima subii la prima rapina. Era il 23 dicembre e tornavo a casa con quattro o cinque buste della spesa piene di regalini incartati. Non sapevo che non avrei dovuto percorrere quella strada passate le sette di sera perché c’erano le coppie di rapinatori che facevano “la ronda” sui motorini per trovare qualcuno a cui rovinare la serata. E infatti quella sera si fermò un motorino accanto al marciapiede, il ragazzo che stava dietro scese, mi colpì forte dietro la nuca e poi mi diede un pugno ai lati della schiena. Una volta a terra, si prese le buste e risalì sul motorino. Ricordo che c’era traffico, la strada era a due corsie ed erano le feste di Natale. Nessuno si fermò. Rimasi per terra dolorante per circa mezz’ora, ricordo che mi passavano accanto tante persone, io piangevo. 

La realtà è una scultrice di monumenti crepati e imperfetti, noi.

L’episodio che più mi ha segnato l’ho vissuto quando avevo circa vent’anni. Ero andato a cambiare la montatura degli occhiali, era un pomeriggio di mercoledì, era una delle prime giornate tiepide di primavera. Io e mio padre ci separammo, io andai al Blockbuster per farmi un giro. Quando uscii e mi diressi al parcheggio, un tizio - non so dirvi altro, non ricordo niente di quella merda - mi bloccò la strada, estrasse una pistola e me la puntò alla pancia. Mi intimava di seguirlo mentre mi minacciava di spararmi. Voleva i soldi ma mi sembrava nervoso. Ricordo chiaramente che ebbi l’impressione che non voleva i miei soldi ma cercava soltanto qualcuno a cui sparare. Appena si allontanò di qualche passo per vedere se ci stava vedendo qualcuno, io scappai via. Sono scoordinato ma cavolo, iniziai a correre come un razzo e non mi fermai se non dopo aver percorso un lungo tragitto. 

Rimasi spaventato per giorni, ricordo che all’improvviso, ovunque stessi, ma soprattutto in casa, tremavo di paura e non riuscivo a calmarmi prima di qualche ora. La fregatura è questa, quando ti sei ripulito da un bagno di merda, quando te ne sei dimenticato e sei riuscito a ripulirti da quell’odore nauseabondo, la realtà ti sporca ancora, all’improvviso, e tu non sai più cosa pensare. 

Un’altra volta, due o tre ragazzini, non ricordo bene, si avvicinarono a me e ai miei amici con dei coltelli. Volevano spaventarci. Era il compleanno di un nostro amico e stavamo tornando a casa da una serata passata in pizzeria. Io ero seduto, ricordo delle braccia che mi avvolgevano il busto per non farmi alzare e reagire - sì, reagire. Sono buono come il pane, ma le persone che mi conoscono bene (anche se quelle dolci braccia erano di una ragazza appena conosciuta, che ebbe l’istinto di proteggermi e cercare protezione) sanno che sono impulsivo e, se scatto, sono guai. 

Di aneddoti così ne conosco a decine, successi a me o alle persone che conosco. L’ultimo risale a pochi giorni fa. Non è accaduto a me, ma non mi va di parlarne. Mi ha ricordato tutto quello che ho passato. La mentalità di chi conosco e l’educazione repressiva che mi hanno indotto, mi hanno insegnato a lasciar correre, a subire e passare oltre. Tutto passa. Qualche anno fa intervenni vedendo una ragazza in difficoltà per colpa di un uomo, quando lo raccontavo tutti mi prendevano per matto. “E se aveva un coltello e ti pugnalava?” Già, se mi pugnalava? Non ci pensai, lì al momento. Vidi una donna - una persona in pericolo e intervenni. Ma fui preso per inconsciente. Ricordo che non volevo che il mio intervento facesse notizie tra i miei conoscenti, era una cosa che doveva essere normalissima. E invece.

Da allora sono passati tanti anni. La realtà, da allora, mi ha reso una persona peggiore. E’ facile accusarla, ma io lo ammetto che la colpa è anche mia che le ho permesso di farmi questo. Mi sono fatto schiacciare dalla paura e alla fine mi ritrovo a disagio con la persona che sono diventato. Vorrei, non so, reagire - ma poi penso alla realtà, a quello che ho passato e a quello che c’è là fuori, quindi resto inerme. Mi sento indifeso, davanti all’immensa casualità della realtà. Forse non è fatta soltanto di violenza e coglioni, ma sono stato cresciuto con questa convinzione e non riesco a togliermi da dosso tutta questa paura. 

Sotto le coperte

A volte tutto è troppo, altre volte tutto è troppo poco. Quando capita che si aggiunge qualcosa alla nostra vita, ma il nostro cervello è già al completo e le nostre forze già tutte occupate, noi non possiamo fare altro che cercare di sistemare il nuovo arrivo in un punto lontano da noi, sperando che il momento di affrontarlo non arriverà mai. Ma certe volte come fai? Arrivano tante di quelle cose, anche solo in una frazione di secondo, che non puoi fare altro che metterle nel cassetto, e spostare i sogni altrove, perché per ora ci sono troppi casini arrivati senza preavviso per continuare a sognare. Noi non siamo bellissime nuvole o sassi rotondi, o un quadro impressionista, per nostra fortuna siamo imperfetti e limitati, e lo sappiamo. Quindi, quando arriva troppo dal mondo, non dobbiamo prendercela con noi se non riusciamo a gestire la situazione, qui nessuno è Superman. Io chiudo la porta della camera e chiudo la finestra, sbarrando le ante delle veneziane. Non entrano suoni, non c’è la luce. Cammino sulla punta dei piedi per non disturbare il silenzio. Poi mi stendo sul letto e mi metto sotto le coperte. Mi copro tutto, fin sopra la testa, e sento il calore che mi brucia le guance, mentre mi rannicchio e metto le mani tra le cosce. In quegli attimi chiedo a tutti di lasciarmi in pace senza dire una sola parola. Ogni tanto mi ci vuole, essere lasciato in pace, per lavorare di fantasia, per mettermi a pensare, a sorridere. Lì, sotto le coperte, posso dosare la vita a mio piacimento, e l’unica cosa che non posso fare, è scorreggiare.

dieci anni, venti ore

(Questo post è stato scritto la notte di lunedì 14 gennaio. Mi rendo conto che è lungo, ma tant’è, spero comunque che venga letto da qualcuno. Anche un solo lettore basterebbe, anche se, è così lungo perché avevo bisogno di scriverlo, quindi anche se non venisse letto sarei felice comunque perché la sua stesura rappresenta tanto per me. Mi vengono in mente dei miei amici di tumblr che mi hanno confessato di aver smesso di leggermi perché scrivo troppo e sorrido. Forse scrivo tanto per non dire nulla o forse le cose che ho da dire non so dirle con meno parole. Buona lettura)

Colonna sonora 

“Sì.” So da tempo che qualcosa non va. I numerosi psicologi da cui sono andato mi hanno diagnosticato tanti e tanti stati mentali, ma la verità è che, negli ultimi dieci anni, sono stato bene grazie a situazioni che nessuno ha incluso tra i tanti consigli che ogni tanto la gente mi suggerisce, quasi sempre con un’aria di superiorità alla “so soltanto io ciò che ti serve”. Tutte le situazioni che mi hanno fatto stare bene sono partite da un “Sì”, ma si sapeva, almeno, io lo sapevo. Perché se la mia vita non mi piace è chiaro che ci sia qualcosa che non va, ed evitare certe situazioni nuove con l’isolamento non farebbe altro che alimentare quella tristezza che sembra essere il combustibile della mia quotidianità. L’ho sempre pensato, è una questione di prospettiva, e dire qualche “Sì” al posto dei soliti no, forse potrebbe mettermi - pensavo - in situazioni differenti, quindi diverse prospettive, che magari mi avrebbero aiutato a stare un po’ meglio. 

E allora “Sì” alla cugina che mi chiede se sono disponibile per una “serata poker.” “Tu ci giochi?”, mi chiede. “So giocarci ma non mi piace giocarci.” “Tranquillo, ci giocheranno in cinque e noi tutti altri passeremo il tempo chiacchierando e scherzando, ma soprattutto bevendo.” Bene, bene. 

Colonna sonora 2 - La motivazione

Durante tutta la preparazione - doccia, sfoltita dei peli del naso, scelta dei capi da indossare - c’era una vocina non schizofrenica nella mia testa che continuava a ripetermi: “Esci? Perché esci? Resta a casa, ci guarderemo un film. Oppure leggi, oppure ti fai una sega. Lo sai che non ti divertirai, resta a casa.” Ho preso il telefono due volte per chiamare mia cugina e disdire, e sono sicuro che dall’altra parte c’era mia cugina con il suo telefono in mano che diceva alle amiche: “Ora chiama per dire che non viene.” Ma non ho disdetto. Ho indossato il più bel paio di jeans che ho, quello che mi sta meglio e che quindi aumenta di due punti la mia autostima quando indossato; sopra, un maglione, un bellissimo maglione. Sudavo già appena uscito dalla doccia e ancora prima di indossare la maglietta sotto al maglione (dei Joy Division, rigorosamente nera). L’ultima visita davanti allo specchio mi aveva ricordato che avevo la barba lunga. “Vediamo: ci sarà sicuramente chi mi chiederà il motivo per il quale mi faccio crescere la barba e l’idiota che farà la battuta sui miei stivali.” 

Colonna sonora 3 - La seconda motivazione

Ultimamente in me si è spezzato qualcosa che prima accondiscendeva a tutte le stronzate che la gente era solita dirmi. Prima ero tanti Io che uscivano fuori in base a chi avevo di fronte; ora, gli Io sono diminuiti in gran numero. Ho capito - non so quando, non so come - che essere qualcuno che è soltanto ciò che gli altri si aspettano da lui, sconosciuto o conoscente che sia, è una cosa che non fa per me - anzi, non è una cosa che voglio più fare, non in questo periodo. Pensavo che mostrarmi gentile potesse facilitarmi la vita, che mostrando la maschera di una persona “comune”, che ride alle battute idiote e che parla soltanto per luoghi comuni, potesse liberarmi da domande scomode che gli altri sono soliti fare quando vedono il mio sguardo e ascoltano il mio silenzio. E invece, essere scambiato per ciò che non sono mi rende ancora più triste, quindi ho smesso.

Basare la propria esistenza su ciò che avrebbero potuto pensare un gruppo di sconosciuti una volta avutomi di fronte è pazzia. Che pensino quel che vogliono. Stasera - pensavo - fanculo tutti. “Sì.” In realtà, continuavo a guardare quegli stivali e pensavo che mi avevano aiutato a conoscerla, anzi, erano stati la prima cosa che aveva notato di me. “Guardandoti da lontano li notai subito”, mi disse tanto tempo dopo, “E capii subito che eri un tipo strano, uno che valeva la pena conoscere.” Quindi il primo che li commenta gli spacco la faccia e via. 

Colonna sonora 4 - La motivazione in auto con ballo tarantiniano annesso

In auto non ho lo stereo, ma basta avviare una canzone sul cellulare e poi poggiarlo sul sedile del passeggero per rimediare. La mattina anche io, come George del film A single man, ci metto tanto tempo per diventare Io. Ad aiutarmi in questo difficilissimo compito ci sono le canzoni. Quali ascolto determineranno il mio stato d’animo per gran parte della giornata, ma il problema è che ascolto le canzoni in base allo stato d’animo che ho appena sveglio. Un circolo vizioso di cani che si inculano a vicenda. Quindi, per prepararmi a una serata all’insegna della compagnia, è bene che io ascolti soltanto un certo tipo di musica, come dire, “motivazionale”, cioè in pratica canzoni che mi fanno muovere e ballare, mi riscaldo prima di iniziare il combattimento. Chiamare “combattimento” una serata tra amici (tra i quali conoscevo una o due persone, tra le venti presenti) fa di me unnonsocosa; tuttavia, in mia difesa, dico che spesso le serate tra amici/sconosciuti sono così, combattimenti per decretare il più divertente, il meno noioso, il meno silenzioso, e così via. Anche se io partivo con l’idea di non partecipare a nessuno di questi combattimenti - o meglio, non parteciparvi con costrizione, ma soltanto se avessi voluto farlo - era bene comunque prepararmi psicologicamente ad avere tanta gente intorno.

(E’ incredibile di come quella sera, mentre guidavo, non mi accorsi del problema ai freni, di cui vi parlerò in seguito)

Arrivato al cancello della palazzina di mia cugina, ho parcheggiato e mi sono avviato verso il portone di entrata del palazzo. Sono rimasto sotto la pioggia, sentivo le voci e le risate provenire dalla finestra aperta della casa di mia cugina al primo piano e aspettavo che il mio dito citofonasse da solo il pulsante accanto al nome di mia cugina. “Roberto!”, sento urlare, “Che ci fai sotto la pioggia?”. Mi giro e vedo una ragazza affacciata alla finestra, ma mentre la mia mente pensa a una scusa valida e accettabile per risponderle, quella è già sparita. Ma chi cazzo era? Vedo delle luci accendersi nel palazzo e vedo un fiume di persone che viene verso il portone. Mi salutano o si presentano e io sento nomi che dimentico ancora prima di ascoltare il nome seguente. Gente che mi saluta ma io non so chi siano. Alcuni di loro li ho conosciuti in serate casuali, cioè compleanni e feste varie. Ma non ricordo assolutamente niente di loro. 

Da come mi salutano è praticamente ovvio che mia cugina abbia detto loro: “Sta passando un periodo difficile, trattatelo con riguardo e fatelo divertire.” Ovviamente, ero curioso di sapere quali domande mia cugina aveva detto che era meglio non pormi.

La serata è proseguita abbastanza bene, ma non mi meraviglio neanche molto di ciò. I flash di tristezza sono improvvisi ed esplodono per colpa di stupide associazioni di idee. Uno dice una cosa ma alla mia mente inconsciamente vengono in mente altre cose e improvvisamente ho bisogno di stare cinque minuti in silenzio. Quella serata era piena di coppie - anzi, di dannate coppiette felici, e anche se cercavo di non fissarle (sia perché mi fa male fissarle sia perché è maleducazione, credo) sentivo le loro risate, i loro bisbigli da innamorati. In due mi hanno chiesto della barba e uno ha cercato di fare una battuta agli stivali. “Me li presti?”, “Fammi indovinare, hai un’infestazione di formiche e le punte dei miei stivali ti aiuterebbero a uccidere quelle che si insidiano negli angoli.” TI SPACCO LA FACCIA. 

Colonna sonora 5 - Assente

“Roberto, vorresti accompagnarmi ad andare a prendere le pizze?”. Ricordati, Roberto, cosa devi rispondere. “Sì.” Ma chi cazzo sei. Mi sono ritrovato in auto con una ragazza di cui non conoscevo neanche il nome. “Deve essere difficile una serata come questa per te, visto che non conosci nessuno.” Questa è stata la prima frase di questa sconosciuta che ha impiegato quattro manovre per uscire da un parcheggio che ne richiedeva soltanto due. “Ma come parcheggiano??” “Hai ragione,” le faccio, “Quello non è proprio il mio parcheggio migliore”. Se è vero che l’abito non fa il monaco, è vero che, però, ci facciamo una chiara idea di come siano le persone in base a vari elementi che, secondo noi, esprimono chiaramente il loro carattere. A esempio, l’aver impiegato quattro manovre anziché due per uscire dal parcheggio mi aveva lasciato pensare che fosse una guidatrice un po’ insicura, e durante il tragitto, cioè ai vari STOP e incroci, ho avuto conferma di questa sensazione. Poi, acceso lo stereo è partito il cd, ciò mi ha fatto intuire che fosse un’abitudinaria perché ascoltava i suoi cd e non semplicemente ciò che passava la radio. Forse, semplicemente non le piace la musica commerciale, ma che sia un’abitudinaria me l’ha confermato il fatto che durante il viaggio mi ha detto: “Questa pizzeria è lontana, ma fa la pizza ottima e ci vado da anni”. Sbam, canestro. 

Durante tutto il viaggio mi ha parlato di come sia difficile essere un’universitaria in questo periodo. Parlava sempre, senza aspettarsi che io le rispondessi, ma non lo faceva perché era logorroica ma come se sapesse che avrei preferito stare zitto. “Cosa studi?”. Lei mi guarda e sorride, “Psicologia”. A venticinque anni compiuti, ogni volta che qualcuno mi dice che è uno psicologo a me viene subito in mente la telepatia. E così, in un attimo capisco tutto: ero in disparte e questa psicologa telepatica mi aveva chiesto di accompagnarla a prendere le pizze. Mi sento un idiota. “Vuoi parlare un po’ tu?”, mi chiede, allora ho iniziato a parlare. 

Colonna sonora 6 - Il ritorno alla “festa”

Tornato a casa di mia cugina, mi è tornato alla mente un pensiero che sono solito fare quando esco di casa - anzi, da quella casa. Penso che sarebbe bello non tornarci più. Troppi ricordi, troppe cose che non riesco a gestire da solo. Quella stanza, quel letto, quel corridoio, quel dannato divano. Ma anche i miei genitori. Penso che sarebbe proprio bello non tornarci mai più, uscire dalla casa di mia cugina e iniziare camminare verso chissà dove e iniziare una nuova vita, lontano da tutti, ma soprattutto lontano da quel me che vive in quella dannata casa. 

(Improvvisamente ho voglia di piangere, ma suppongo sia fuori luogo. Questa cosa del “piangere” mi disturba molto. Prima ero impassibile, ora mi basta ascoltare una canzone per scoppiare in un pianto silenzioso. Non mi piace, non mi piace per niente.)

Colonna sonora 7 - Il ritorno alla casa maledetta

Durante il viaggio di ritorno non ho ascoltato nessuna canzone, il che la dice lunga su come stavo. Ero molto triste. Ho venticinque anni e nella mia vita non ho concluso niente. La mia amica L. dice che le aspettative in base all’età è una pressione tipica dell’Italia, ma per farmi trasferire a Londra suppongo direbbe qualsiasi cosa. Sì, ho un’amica che mi vuole a Londra, un amico che mi vuole a Belfast. Ma l’importante, mi dicono entrambi, è che devo finalmente capire cosa voglio io. Già, cosa voglio io? So che sospiro profondamente e mi assale un’assenza che dopo quasi sei mesi mi pesa ancora tanto, e che non sento di avere la testa di pensare ad altro, ora come ora. So che mi sento un fallito da dieci anni e che nessuno è stato in grado di aiutarmi, a parte poche persone che mi hanno voltato le spalle per seguire - giustamente - le loro scelte. So che sono stanco di tutto questo. 

La notte, cinque ore.

Appena svegliato sapevo già cosa fare. “Mamma, esco con la macchina.” C’era il sole, ruttavo e sentivo ancora il sapore dei peperoni sulla pizza della sera prima. Sapevo soltanto che non volevo restare a letto: no al piumone caldo e sicuro, no a quella casa. Avevo l’idea di andare al centro commerciale e approfittare un po’ dei saldi, ma ciò che più conta era il fatto che sapevo di volere tenere sempre la testa impegnata, di cercare di stare fuori casa per quanto più tempo potevo. Il “Sì” non doveva finire. Dovevo provare a essere un’altra persona per qualche ora, anzi, continuare a essereIo dopo la sera prima in cui mi ero prefissato di essere me stesso e soltanto me stesso. Cambiare e provare a vedere se cambiando sarei stato meglio. 

Durante il tragitto verso il centro commerciale ricevo la telefonata di mio padre che mi avvisa che i freni dell’auto sono rotti, “Per frenare devi schiacciare il freno due volte”. Non me ne ero accorto, ma da quando vengo avvisato di ciò il difetto dell’auto è l’unica cosa che riesco a pensare. In effetti, il freno non funziona e c’è un breve attimo in cui mi vengono i brividi di paura vedendo che l’auto non rallenta né si ferma quando schiaccio sul freno. La strada che porta al centro commerciale è un rettilineo di campagna sperduto, dove di solito la gente corre e fa sorpassi come se non ci fosse un domani. Ebbene io, con i freni rotti, andavo a quaranta all’ora tenendomi diverse decine di metri dietro alla macchina che mi precedeva. Indietro, avevo una fila di autovetture, i conducenti continuavano a suonare il clacson e a gridare, ma io mi tenevo sulla destra e se volevano sorpassarmi avevano tutto lo spazio e infatti, spesso lo facevano. Al loro passaggio, incrociavano lo sguardo con me e chissà cosa gridavano. Io sorridevo e facevo O.K. con il pollice. Ci ho messo venti minuti (quattro manovre) per percorrere un tratto che di solito percorro in cinque minuti (due manovre: i casi della vita). 

Le sedici ore seguenti le ho trascorse fuori casa. La mattina, l’ho passata nel centro commerciale, mentre girovagavo annoiato con gli occhiali da sole (al chiuso) e le mani nelle tasche del trench. Passeggiavo e vedevo coppie ovunque, oppure, c’era la lunga fila di mariti barra fidanzati che aspettavano le proprie consorti mentre cercavano saldi vantaggiosi ora nel negozio di abbigliamento, ora nella profumeria. Le loro espressioni erano di pura noia. Sono entrato in un negozio e il reparto maschile era un piccolo angolo misero, rispetto al resto del negozio dedicato tutto al mondo femminile. Siete troppo indecise. Alla cassa di questo negozio, una giraffa poco più bassa di me (sono alto circa un metro e novanta) attendeva il suo turno in fila, e mentre aspettava si guardava in giro per osservare i prodotti sugli espositori messi abilmente vicino alle casse. In mano, con la coda dell’occhio, vedevo che aveva qualcosa di nero. La sentivo parlare con l’amica quando a un certo punto mi sento toccare la spalla, mi giro e trovo lei che mi guarda. “Scusami se ti disturbo, puoi darmi un parere? Ti piace questo?”. Non ha il coraggio di dire “perizoma”, mi mostra uno straccetto nero di una stoffa trasparente. E’ molto più piccolo del suo bacino. Le dico: “E’ un perizoma nero”, come per dire che non c’è nulla di particolare che dovrebbe richiedere l’opinione di uno sconosciuto. Di’ che vuoi fare la zoccola. Sorride insieme all’amica. “Grazie.” La gente non sta bene. 

Uscito dal centro commerciale ogni posto era un buon posto dove andare pur non tornare a casa, così sono andato a trovare i miei nonni. Il tragitto è lungo e avevo paura dei freni, ma non volevo che quelle ore finissero. Entrato in casa, come sempre, mia nonna non mi ha riconosciuto subito perché avevo la barba lunga. “Chi sei? Toglitela! Sei così un bel ragazzo, non coprirti il viso.” Era orario di pranzo e mio nonno stava mangiando della pasta, e prima che me ne rendo conto, mi ritrovo anche io seduto a mangiare pasta con il brodo di pollo. “Nonna, è insipida”, “Chi sei tu? Michele! Togliti la barba, sei così un bel ragazzo”. Mia nonna mi chiamava Michele anche prima che perdesse un po’ la testa. Ho ascoltato, ancora una volta, la storia di quando nacqui, o meglio, la versione raccontata da mia nonna, che è un minestrone di vari elementi presi dai racconti delle nascite di tutti i sei nipoti. “Robbè, che mi dici? La vita fa schifo, eh? Prima che muoio mi presenti una ragazza?”. Tra tutti i sei nipoti, io sono l’unico single. Persino mia cugina quattordicenne ha il fidanzatino. Ma non importa. 

Mio nonno mi ha raccontato di quando corteggiò una ragazza negli anni quaranta. “Avevo fatto fare dal falegname una mensola curva in modo che una bottiglia di vino, poggiata sopra, facesse uscire del vino. Inchiodai - ma sì, la casa era sua, ma che mi importava? Dovevo chiavarla - inchiodai la mensola sopra il letto e sopra ci misi una bottiglia di vino in modo che facesse scendere delle gocce sul mio petto. Quando tornò a casa, mi trovò nudo, con le gocce di vino che mi bagnavano il petto villoso.” Penso che sia una stronzata, ma lo ascolto comunque. “E poi?”, “E poi, chiavammo”. 

Colonna sonora 8 - La fine (La perfezione di questa canzone, da ascoltare con le cuffie)

Durante il tragitto verso casa ho pensato tante cose. Sembrerà strano, ma non ricordo di averlo percorso. Ero totalmente immerso in mille pensieri ed ero poco concentrato alla strada, ai freni rotti, al perizoma nero, al brodo insipido e al petto villoso di mio nonno. 

Alla fine, ho capito che devo cambiare se voglio inseguire quell’utopica serenità, di cui conosco l’esistenza ma di cui non ricordo la sensazione di calore e di compagnia. Penso, “Sono stato mai bene?”. La risposta ancora una volta è “Sì”, ma quei tempi mi sembrano così lontani che, inafferrabili, mi ricordano in continuazione della loro attuale assenza. Devo cambiare, dire qualche “Sì”, andare contro le paure che ho in testa. Devo andare oltre, superare alcune difficoltà e dimenticare alcune bellezze. Devo riabituarmi alla solitudine, ai silenzi, e devo imparare ad ascoltare me stesso e quello che voglio veramente. Devo smettere di fare delle cose soltanto per compiacere alle persone, devo cercare di lasciarmi andare. 

Aperta la porta di casa, il buio, nonostante fuori ci sia il sole tutti i balcone sono chiusi. La casa, quella casa, maledetta spugna impregnata di ricordi. Bei ricordi - i peggiori. “Sono a casa”, silenzio. Mia mamma al pc, mio padre dorme. All’improvviso, le venti ore precedenti, la sera prima, la mattinata, il pomeriggio, tutto, dimenticato. Dopo una doccia calda, e le relative canzoni casuali ascoltate (che non potevo saltare), mi sono steso sul divano, e, rannicchiato, ho guardato la TV.

Il brufolo sul culo e il sapere sconfinato della sala d’attesa

ATTENZIONE! Alcuni fatti raccontati in questo articolo non sono mai accaduti realmente e sono frutto della fantasia dell’autore, tuttavia quali fatti giudicare veri e quali fittizi è a discrezione del lettore. Il lettore deve porgersi prima una domanda: gli piacerebbe essere giudicato un personaggio di fantasia soltanto perché indossa un maglione colorato?

Ero lì a stare per i cazzi miei, quando il cellulare suona la notifica di un nuovo messaggio su Whatsapp. E’ un’immagine da parte di mia cugina, e prima di pensare al perché mia cugina, che non mi cerca mai, mi abbia scritto, anzi, mandato una fotografia, apro l’allegato e mi ritrovo davanti il suo culo. Sì, il suo culo era lì, in bella mostra, ma non è la prima cosa che ho notato della fotografia, infatti su una delle due natiche c’era un enorme brufolo rosso. Non faccio neanche in tempo di mettere a fuoco cosa cazzo stia succedendo, quando arriva la chiamata di mia cugina. Rispondo e mi fa: “Senti, ricordi quando sono venuta lì e sono andata dal dottore?”, da parte mia suoni di finto ascolto, “Ecco, era per quel brufolo”, “Ma è un brufolo”, “Però la crema che mi ha prescritto il dottore non ha funzionato”, “E’ un brufolo”, “Lo dice anche lui che è un brufolo, ma essendo sul culo non riesce a sanarsi”, “Sei fissata, è un brufolo”, “Allora il dottore mi aveva chiesto di fargli sapere se sanava”, “Cioè?”, “Ti ho mandato la fotografia, DEVI ANDARE DAL DOTTORE E FARGLIELA VEDERE”. “Starai scherzando.” Non stava scherzando.

Hahaha, no. HAHAHAHA, no, dai. Hahaha, dici sul serio? “Sì, dai, fammi questo favore.”

E così armato di coraggio ma soprattutto cellulare, mi sono diretto dal dottore. La sala d’attesa era ovviamente piena, il vecchietto più giovane poteva essere il nonno di mio nonno. Appena entrato in sala d’attesa e visti tutti quei vecchietti, mi è venuto alla mente il solito pensiero che mi viene quando sono in presenza di così tanti vecchietti; me li immagino, infatti, detentori di un sapere che potrebbe dare alla luce i consigli che potrebbero risolvere ogni mio problema. Immagino di inginocchiarmi al centro delle panche messe a quadrato nella sala d’attesa e invocare il loro aiuto. “Oh, miei vecchietti dal sapere sconfinato, datemi consiglio! C’è una donna…”, “E’ morta?”, fa il vecchietto con il maglione rosso, a rombi marroni, e cerchi bianchi, e ghirigori verdi, “No, è viva più che mai!”, “Allora io non posso aiutarti, sono vedovo da quarant’anni. La mia povera moglie morì dopo due anni di matrimonio”, “Mi dispiace, mio caro Arlechietto. Non si è mai risposato?”, “Sì, sei volte, ma si rimane vedovi dentro.” 

Ogni argomento di cui parlano nelle sale d’attesa del dottore porta alla morte. “Chi è l’ultimo?”, chiede l’ultima signora arrivata, “Il giovanotto”, dice un’altra indicandomi, “Oppure questo giovanotto”, continua indicando il nonno di Napoleone, mentre lo indica sorride e ammicca, l’hai capita! Fa l’ultima arrivata: “Dovete entrare tutti?”. No signora, in tv non davano niente così abbiamo pensato di vederci per scambiarci le figurine e le cartelle cliniche. “Io sono l’ultimo, c’è da aspettare tanto”, fa uno, “Ma tanto bisogna morire una volta sola.” Grattatina. Ma cosa c’entra? Fa un’altra signora: “ASPETTIAMO TUTTI LA MORTE.” Ma ancora! Ho fatto una grattatina stereo: attraverso la tasca destra e quella sinistra. Un dolby surround di grattugia. Che poi, io non sono superstizioso, per niente, ma in alcuni luoghi è bene non rischiare.

Dopo almeno un’ora di discorsi sulla morte e la zoccolagine della figlia di una delle presenti, era arrivato il mio turno. Ho traslocato circa tre anni fa e questo nuovo dottore è proprio simpatico ma soprattutto meno tragico di quello che avevo prima, che mi ha dato parecchie volte per spacciato. Questo nuovo è professionale ma gentile. Entro e mi fa: “Roberto, ciao!”. C’è da dire che quando un dottore è felice di vederti non è una bella cosa, ma io mi sentivo bene. “Dottore per fortuna non sono venuto per me”, “Sei stato influenzato, vero?”, come ha fatto?, HOUDINI, no, MAGO MERLINO, “Sì, ma mi è passata nel giro di qualche giorno”, “TU SEI FORTE”, YEAH, “Sono venuto per il culo di mia cugina”, ho detto sorridendo, e da come sorrideva anche lui, ho capito che non aveva frainteso la mia frase, anche se poteva essere fraintesa ma era tardi quando me ne resi conto. “Ancora quel brufolo?”, “Mi ha mandato la fotografia per cellulare”, “Ah, ma è un punto difficile per far sanare un brufolo perché è una parte sempre attiva”. Mia cugina si è pure appena fidanzata, quindi è doppiamente attiva. Scusate, questa era fuori luogo (…). “Che le dico?”, “Va”, fa il dottore migliore del mondo, PATCH ADAMS HOUSE, “Dille di mettere questa crema, è più potete dell’altra. E dille di dormire a pancia in giù”, con la panza che ha?, penso. Eh oh, mi mandato dal dottore per una foto di un brufolo sul culo, lasciatemi vendicare. 

Esco dallo studio e passo per la sala d’attesa con le mani in tasca, saluto con un “Buona giornata a tutti”, e un coro mi risponde: “Pure a te.” Che carini (un’altra grattatina, non si sa mai). Tornato a casa mia chiama mia cugina e mi chiede cosa mi ha detto il dottore (che non aveva neanche visto la foto, ma non gliel’ho detto), “Mi ha dato il nome di una crema, te la devi mettere. Ti consiglia anche di dormire a pancia in sotto ma io gli ho detto che con la panza è difficile. Poi ha detto che non devi mandarmi più foto del tuo culo.” “Sei stronzo, ma grazie”, “Posso parlare di questa storia sul mio blog?”, “Va bene, ma non dire che mi chiamo Elisabetta”, “Va bene, posso usare anche la fotografia?”, “No, ma sei pazzo?”. Ah, IO sarei pazzo. Grattatina extra.

Il presente

(Ho iniziato a scrivere questo post proprio come tutti gli altri, cioè scrivendo il titolo per poi cambiare scheda del browser per iniziare a pensare la prima parola da scrivere, che di solito è quella più importante dell’articolo. Il presente, due punti)

La notte giovane mi circondava e io guidavo su una strada noiosa a spoglia. Avevo paura di addormentarmi, ero molto stanco, ma mio padre non ha mai voluto montare lo stereo in macchina così non sapevo come tenermi sveglio. La pancia brontolava per colpa del caffè acquoso di mia zia. Mia zia il caffè non sa farlo, ma dovevo guidare e così le ho detto: “Sì, ne prendo un po’”, anche se il caffè non lo bevo mai. Non l’avessi mai bevuto. E insomma, pensavo, come sono andate queste feste? Ogni distrazione non è servita, anche se, cazzo, sono passati ben cinque mesi. Io continuo a pensare che sono tanti perché, oggettivamente, forse lo sono, ma continuano a dirmi che cinque mesi non sono niente. Che fregatura non poter contare sul tempo, perché se da una parte c’è gente che mi dice che non devo far altro che aspettare che il tempo passi, dall’altra parte c’è gente che anche dopo anni vengono rapiti dalla malinconia e trascinati nell’angolo buio della festa della vita. 

Quella troia di tua sorella, non sai mettere la freccia? A quanto ne so la Peugeot le monta sulle automobili. 

Le mie mani stringevano il volante, ma in realtà ricordavano ancora la presenza fisica di M., poiché per salutarla l’avevano stretta, anche se l’avevo conosciuta soltanto poche ore prima. Forse è triste dirlo ma non riesco a ricordare cosa si prova ad avere un altro essere umano al proprio fianco, sentire la sua presenza nel suo respiro, girarsi verso di lei, guardarla e quando ti chiede: “Che cazzo guardi?”, tu sbuffi un sorriso e dici: “Niente”. Quando M. doveva salutare uno sconosciuto incontrato poche ore prima, io, mi stava per baciare la guancia, ma le ho messo le mani sui fianchi e li ho sentiti - capite?, li ho sentiti. Chissà cosa avrà pensato. Poi, M. mi ha abbracciato e ha aspettato che a spezzare il contatto dell’abbraccio fossi io, e per qualche attimo mi sono sentito più triste e solo. M. dopo mi ha guardato e mi ha detto ciao. Da allora, ho abbracciato chiunque salutassi, e sono sicuro che molti di quei chiunque mi abbiano preso per matto, perché loro non immaginano cosa si prova a non poter sentire la presenza di qualcuno al proprio fianco ogni giorno; la danno, come si dice, per scontata. Il sazio di contatti umani non crede all’affamato di contatti umani. 

Io nel frattempo guidavo e cercavo di non cacarmi sotto. Pensavo: “Non scoreggiare, è una trappola”, mentre toccavo il volante gelido. E’ una cosa nerd da pensare, ma vedendo come guidava certe gente ho pensato che avessero preso la patente su Gran Turismo. Non tutti voi potete capire. Non ero (sono) stato sempre solo, o almeno non mi sono sentito sempre tale. Ma non ricordavo cosa si provava a non esserlo. Davo anche io per scontata la compagnia, che mostro, che ero! Ma almeno, ero un mostro con dei fianchi da stringere, delle guance da tastare. Ora ero un mostro che stringeva un volante. Il presente della notte ci fa dimenticare a quando si stava bene. Non ci è mai stato un presente bello perché quando era bello io avevo altro a cui pensare, e quando ripensavo a quel presente, era diventato passato, e il presente mi vedeva ancora solo. La prossima volta dovrò sforzarmi di pensare, così avrò vissuto almeno un bel presente. Devo ricordarmene. 

Quella strada non finiva mai. Non ero sempre stato così, dannazione, anche se in quel presente non c’ero che io, quel io. E pensavo che non c’era prova che fossi stato qualcun altro. Avevo i ricordi, ma se mi sbagliavo? Per ora ero qualcuno che guidava. una persona sola che guidava. E il passato? Chi l’ha detto che sia mai accaduto? E’ passato e non esiste più. Se contava soltanto il presente, io non ero mai stato nessun altro e non avevo mai fatto nessun’altra cosa. Avevo soltanto immaginato di abbracciare M. (per fortuna, perché penso di aver fatto una figuraccia, non si abbracciano le sconosciute, anche se belle). Chissà cosa si prova ad abbracciare qualcuno, perché in quel presente in cui guidavo non avevo mai abbracciato nessuno. E magari il mondo non esisteva, ero soltanto qualcuno che guidava da tutta la vita e cercava di immaginare cosa ci fosse oltre quella strada desolata. Quindi non ero solo perché, non esistendo che io in tutto il mondo, le parole solitudine e compagnia non esistevano, e quindi… Cavolo, ma che diavolo c’era in quel caffè?

(Quando si guida alle quattro del mattino e non si ha a disposizione lo stereo, la strada è isolata e non si sente il minimo suono, quando passa una macchina è bene suonare il clacson “Pa-para-pa-pa”, e se l’altro guidatore non risponde con “Pa-pa”, allora sicuramente non sarà una bella persona)

Il piumone (ovvero, la storia di come ieri mattina ho deciso di cucinare le cotolette)

C’è un momento, la mattina, in cui mi sveglio ma, scocciato di aver riaperto gli occhi, mi immergo con la testa sotto il piumone in un’apnea di calore che colpisce soprattutto le guance. A questo punto, è solo questione di tempo prima che l’aria sotto il piumone finisca, allora inizia la fase in cui fatico a respirare; ma tant’è, resto con la testa sotto il piumone, cercando di non morire mentre affanno a bocca aperta. Forse il nuovo piumone che mia mamma ha aggiunto sul letto è fatto di piombo, oppure, le oche le cui piume riempiono il piumone erano di un rarissimo uccello fatto di cemento armato, caratteristica principale che ha spinto all’estinzione questa razza di bruttissimi uccelli incapaci di volare.

Appena sveglio, insieme al calore del piumone di piombo, mi assale la tristezza. Vorrei riaddormentarmi, anche se ciò comporta un alto rischio di rifare uno dei tanti incubi violenti che sono solito fare, ma non voglio restare sveglio e pensare. Il problema è che una volta sveglio non riesco mai a riprendere sonno, così resto immobile sotto il piumone, a respirare con fatica.

I pensieri, che brutto pensare. Come uno stupido, mi è capitato tante volte di accendere il cellulare appena ho aperto gli occhi, “Perché magari mi chiama e trova il cellulare spento”, penso, ma subito, appena premo il pulsante di accensione i pensieri mi assalgono, e con loro i ricordi. Ricordo che quella telefonata non arriverà mai, che ora i nostri rapporti sono diversi, assenti; ricordo che ho dimenticato la sua voce, e mi chiedo come ho potuto. 

Sotto al piumone mando a fanculo me stesso e il mondo. Mando a fanculo me stesso, sia perché mi dimentico che le lenzuola hanno una temperatura di due polaretti sotto zero nei punti in cui il mio corpo non le ha riscaldate, sia perché mi sento un fallito, ed è soltanto colpa mia. A venticinque anni compiuti, per colpa della depressione vedo passati i migliori anni della mia vita, quelli in cui ero una “promessa” di tante cose. Quelli anni sono finiti e volati via, e da allora non mi sono più ripreso. E allora merito di stiracchiarmi e toccare con un piede nudo l’angolo del letto che è gelato. Mi han detto che è una questione di prospettiva, e io ci credo, anzi, io lo so, ma non riesco comunque a reagire. Troppe cose tutte insieme, in questo periodo. E io non riesco a reggere. Come ho potuto dimenticare la sua voce? 

(I miei amici su tumblr mi dicono di scrivere di più, e io allora chiedo loro “Ma io scrivo tanto, ora ho anche la rubrica dei film visti!”, e loro, “Ma no, devi scrivere di te, mi piace quando scrivi di te”, e allora forse ora, con le lacrime agli occhi, ho capito cosa intendono)

Sono stato da diversi psicologi, ma la maggior parte mi sembravano incompetenti, così li ho lasciati perdere. Allora ho provato a restare zitto, magari qualcuno sentiva la richiesta di aiuto nel mio silenzio e mi aiutava, ma nessuno s’è fatto vivo. Devo reagire io, ma non ci riesco da solo. Per questo non volevo uscire dal piumone e affrontare la routine quotidiana, vivere un altro ieri senza che la voglia di vivere tornasse a impossessarsi di me. 

Mentre stringevo forte gli occhi sperando di riaddormentarmi, è successa una cosa che non mi aspettavo: il cellulare squilla (la suoneria). Per un attimo sono ritornato a quelle mattine, ho tirato fuori il braccio e afferrato il cellulare sul comodino, così l’ho portato al mio orecchio e premuto il pulsante: “Chi è?”. Sento una voce femminile che scoppia di felicità, “Buongiorno! Dormivi?”. Era D., una mia vecchia amica che abita a ottocento chilometri da me, la sento pochissimo. “Oh, ciao, che sorpresa! Non ci sentiamo da tanto tempo”, “Dormivi?”, “No, ma sono sotto al piumone”, “Ah! Mi fai spazio? Così non dovrò studiare”. D. studia alla facoltà di farmacia, spesso mi ha dato consigli utili su quali medicinali prendere e quali non prendere. Dopo averla velocemente aggiornata sulla mia vita, D. mi fa: “Facciamo una cosa, resta sotto il piumone per tutto il giorno, io ora vengo a casa tua e mi occupo di te senza che tu debba alzarti. Resta sotto il piumone per tutto il tempo che vuoi. Ok?”, “Va bene”, “Cosa ti cucino per pranzo? Dimmi il tuo piatto preferito”, nella mia mente, in un attimo, ho visualizzato decine di piatti di pasta: spaghetti con la pelata di pomodoro, tonno e olive nere; penne alla panna, tonno e limone; pasta ai quattro formaggi; pasta alla norma! Le dico: “Le cotolette con le patatine fritte, non le mangio praticamente mai”. “E cotolette siano! Te ne farò una montagna!”. 

Mentre tenta di convincermi della bellezza del natale, succede un’altra cosa che non mi aspettavo: bussano alla porta. Aspetto: non sento nessun passo camminare per casa verso la porta. Che sia solo in casa? “D. devo lasciarti, bussano la porta”, “Ti voglio bene, e non prendere mai degli psicofarmaci”. Mi metto seduto sul letto, infilo le pantofole a forma di porcellini (quando il freddo si fa duro, i duri iniziano ad avere freddo) e mi incammino verso la porta. La casa è buia e silenziosa. Apro la porta, senza pensare che sono in mutande e che dall’altra parte può esserci chiunque. Mi ritrovo davanti la mia vicina, tra le mani ha un piatto ricoperto da un tovagliolo. Indossa un abito di un bellissimo rosso; sotto, calze nere. In testa ha un fermaglio con delle corna di renna. Si ritrova davanti un essere alto un metro e novanta che indossa una maglietta a maniche corte bianca e un paio di mutande nere. Ai piedi, delle ciabatte con dei porcellini dall’aria cattiva. “Ah!”, mi guarda, “Buongiorno!”. Non la conosco bene, anzi, per niente. E’ una delle due sorelle gemelle che abitano nel mio palazzo, due ballerine bionde dagli occhi azzurri. Credo di piacere a una delle due, capisco quale grazie al modo in cui mi salutano quando le incontro per le scale. 

Io non le rispondo nulla. Aprire la porta e ritrovarsi una bionda in un abito rosso e calze nere non è una cosa che succede ogni giorno. “Belle pantofole!”, mi fa, e sorride. In questo periodo di apatia, osservo con invidia le persone che hanno una bella vita. Hanno la prospettiva giusta e riescono a sorridere, e urlare “Buongiorno!”, e ad alzarsi dal letto. Muovo le dita dei piedi, facendo muovere il muso dei maialini, e dico: “Ringraziano”. Lei sorride. Penso che è bella. Dopo qualche attimo di silenzio, allunga il piatto e mi fa: “Ho cucinato una torta al cioccolato, te ne ho portato un pezzo”. Allungo la mano e afferro il piatto, “Oh, grazie”. Non so mai cosa dire davanti a dei gesti gentili che colgono alla sprovvista. Togliendo quel piatto davanti al suo corpo, la osservo meglio in un’occhiata furtiva: l’abito le va aderente e sottolinea le sue forme da donna. La minigonna stretta le esalta i fianchi e le calze nere le sottolineano i muscoli delle gambe. Mi guarda con quegli occhi azzurri e mi sento mangiare con gli occhi. La immagino aggiustarsi davanti allo specchio prima di prendere il coraggio e salire le scale per arrivare alla mia porta, il sospiro prima di bussare il campanello. “Allora io vado! Poi mi farai sapere com’è la torta? L’ho fatta con le mie mani”, io non so neanche il suo nome, sento il profumo del dolce che fuoriesce dal tovagliolo che lo ricopre, “Ha un profumo delizioso”. Inizia a scendere le scale, poi si gira e dice: “Sappi che sei una delle persone più coraggiose che abbia mai conosciuto: dormire in mutande con questo freddo!”, sorride ancora e sparisce.

Chiudo la porta alle mie spalle e mi ritrovo davanti la casa completamente buia. Mi incammino in cucina, poso il piatto sul tavolo e guardo l’ora: è l’una. Mentre nella mia testa si presenta il desiderio di una doccia bollente, apro il congelatore e metto a scongelare le fettine di carne nel lavandino della cucina. “Oggi”, penso, “Farò le cotolette”.